Velocity-Based Training: dalla valutazione al recupero funzionale in fisioterapia


L’allenamento basato sulla velocità (velocity-based training, VBT) rappresenta un approccio oggettivo e moderno alla programmazione della forza, ampiamente adottato in ambito sportivo e riabilitativo. Questo metodo consiste nella misurazione della velocità di spostamento del bilanciere mediante dispositivi di rilevazione elettronica durante l’esecuzione degli esercizi. Tale procedura consente di modulare in tempo reale l’intensità e il volume dell’allenamento, di monitorare lo stato di prontezza e di affaticamento dell’atleta e di valutare con precisione le sue capacità neuromuscolari [1]. Poiché la velocità di movimento è strettamente correlata al carico relativo espresso in percentuale di una ripetizione massimale (%1RM), l’intensità dell’allenamento contro resistenza può essere regolata in funzione della velocità di esecuzione [2]. In questo modo è possibile stimare in tempo reale l’1RM giornaliero attraverso le relazioni carico–velocità, con un’elevata accuratezza rispetto ai tradizionali test massimali (R2 = 0,954; errore standard della stima = 4,02%) [3]. Il VBT si configura quindi come un metodo affidabile, non invasivo e sensibile per monitorare variabili fondamentali dell’allenamento della forza, come l’intensità relativa del carico (%1RM), la forza massima (1RM) e il grado di affaticamento neuromuscolare durante l’esecuzione degli esercizi. Inoltre, permette di controllare il carico interno e la fatica senza indurre un eccessivo esaurimento: ad esempio, quando la velocità concentrica media (MCV) del bilanciere scende al di sotto di una soglia di perdita di velocità prestabilita, la serie viene interrotta, favorendo il mantenimento della qualità del movimento e consentendo di proseguire l’allenamento senza raggiungere il fallimento muscolare [4].

Modalità e vantaggi del Velocity-Based Training

Uno degli aspetti più significativi del VBT è la possibilità di fornire un feedback immediato sulla velocità di esecuzione, che costituisce un efficace stimolo motivazionale e competitivo per l’atleta. Il riscontro in tempo reale favorisce un ambiente di allenamento interattivo, nel quale l’atleta può percepire e correggere istantaneamente la propria prestazione. Questo tipo di feedback oggettivo, ampiamente riconosciuto nelle scienze motorie, potenzia la motivazione intrinseca, rafforza l’impegno e promuove una maggiore consapevolezza del movimento, migliorando nel contempo la capacità di autoregolare il carico di lavoro. Un principio complementare è quindi rappresentato dalla prescrizione autoregolata del carico, che consente di adattare l’intensità dell’esercizio in base allo stato momentaneo di affaticamento o di prontezza neuromuscolare. In questo modo, il carico non è più fissato in maniera rigida in base a percentuali statiche dell’1RM, ma viene modulato dinamicamente in funzione della velocità effettiva di esecuzione. Questo approccio permette di garantire uno stimolo allenante adeguato anche in presenza di variazioni giornaliere della prestazione, preservando la qualità del movimento e riducendo il rischio di sovraccarico. La gestione delle soglie di perdita di velocità rappresenta un ulteriore strumento per regolare la fatica e calibrare la risposta allenante. Interrompere una serie quando la velocità scende al di sotto di un valore prefissato consente di mantenere un equilibrio ottimale tra stimolo e recupero. In genere, una perdita di velocità compresa tra il 10% e il 20% favorisce adattamenti neuromuscolari con affaticamento contenuto, mentre perdite intorno al 30% sono associate a incrementi della forza massimale, seppure con un maggiore impegno fisiologico. Infine, le zone di velocità consentono di definire intervalli di riferimento specifici per ottimizzare la produzione di potenza o mantenere costante l’intensità relativa dell’allenamento. Questo sistema rende la programmazione ancora più individualizzata, adattando lo stimolo allenante non solo al livello di forza dell’atleta, ma anche agli obiettivi specifici della seduta, dallo sviluppo della potenza esplosiva al miglioramento della forza resistente [5].

Limiti tecnologici e svantaggi nell’utilizzo del VBT

L’applicazione efficace dei principi del VBT richiede tecnologie in grado di monitorare in tempo reale la velocità di sollevamento, al fine di poter regolare il carico di allenamento in base ai dati ottenuti. Una programmazione efficace del VBT si basa infatti sull’impiego di strumenti affidabili e precisi, in grado di misurare con accuratezza la velocità del bilanciere. Tuttavia, proprio questo requisito rappresenta una delle principali limitazioni del VBT: variazioni anche minime della velocità possono tradursi in differenze significative nelle prestazioni funzionali, rendendo cruciale la selezione del dispositivo di misurazione. Negli ultimi anni, il mercato ha assistito a una crescita significativa nel numero di strumenti dedicati alla valutazione della velocità del bilanciere, sviluppati attraverso diverse tecnologie. A seguito di tale progresso tecnologico, si è verificato un interesse crescente da parte della comunità scientifica, la quale ha iniziato a esaminarne la validità e l’affidabilità. Tra i sistemi più diffusi rientrano i trasduttori lineari di velocità, i trasduttori di posizione lineare e i sistemi optoelettronici, appositamente progettati per tale scopo. Parallelamente, alcuni autori hanno valutato soluzioni alternative, quali le applicazioni per smartphone basate su telecamera, le unità di misura inerziali (IMU) e i sistemi tridimensionali di analisi del movimento (3DMA)[6]. In tale ambito, si inserisce lo studio di Martínez-Cava et al. (2020), che ha condotto un’analisi comparativa tra diverse tecnologie disponibili sul mercato per la misurazione della velocità del bilanciere: il trasduttore lineare T-Force, il trasduttore di posizione Speed4Lifts, un sistema optoelettronico tridimensionale (STT) e l’applicazione per smartphone My Lift.


Figura 1: Confronto di diversi dispositivi per misurare le velocità

Tabella 1: Riassunto dei pro e dei contro dei diversi dispositivi

I risultati ottenuti hanno evidenziato che il T-Force si distingue per la sua precisione e riproducibilità, con margini di errore estremamente ridotti e una stabilità eccezionale in tutta la gamma di carichi. I modelli Speed4Lifts e STT hanno mostrato un’affidabilità soddisfacente, soprattutto in presenza di carichi medio-alti, sebbene la precisione diminuisca nei sollevamenti ad alta velocità. L’applicazione My Lift, d’altro canto, ha mostrato errori significativamente superiori ai livelli considerati accettabili, risultando inadatta all’implementazione pratica del VBT, in particolare negli esercizi che richiedono movimenti rapidi. Gli autori evidenziano altresì l’importanza di non limitarsi alla valutazione dei dispositivi tramite semplici indici di correlazione, ma di adottare criteri pratici, quali la variazione minima rilevabile equivalente a un incremento del 5% del carico relativo, al fine di distinguere con maggiore precisione i reali adattamenti dell’atleta da eventuali errori di misurazione.

Altro criterio fondamentale per l’utilizzo del VBT è la scelta di un esercizio con una traiettoria il più possibile verticale del bilanciere e l’esecuzione tecnica corretta della ripetizione. Questo aspetto non è solo rilevante dal punto di vista biomeccanico, ma anche per la precisione delle misurazioni. Infatti, deviazioni orizzontali del bilanciere o traiettorie non lineari possono introdurre errori significativi nei dati registrati dai dispositivi, compromettendo l’affidabilità del monitoraggio della velocità. Fritschi et al. (2021) hanno dimostrato che anche il posizionamento del sensore sul bilanciere influisce sull’accuratezza delle misure: variazioni nel punto di attacco possono amplificare gli effetti di eventuali oscillazioni o spostamenti non verticali, riducendo la validità dei dati ottenuti. Questi risultati evidenziano come la scelta di esercizi con bar path verticale e una tecnica di esecuzione ottimale siano condizioni indispensabili per ridurre al minimo gli errori sistematici e sfruttare appieno il potenziale del VBT [7].


Figura 2: Posizioni dei dispositivi testati sul bilanciere.

Ruolo della velocità di esecuzione nell’allenamento

La velocità di esecuzione rappresenta un parametro fondamentale nell’allenamento di resistenza, in quanto fornisce informazioni cruciali sia sull’intensità del carico sia sullo stato di affaticamento. È noto che all’aumentare del carico esterno, la velocità di sollevamento diminuisce progressivamente fino a raggiungere la velocità minima associata alla ripetizione massimale (V1RM). Numerose evidenze scientifiche confermano una relazione quasi lineare tra velocità di esecuzione e %1RM, osservata in diversi esercizi con carichi submassimali [8]. Inoltre, la fatica indotta dall’esercizio determina una riduzione della velocità di accorciamento delle fibre muscolari, un rallentamento dei tempi di rilassamento e una minore capacità di generare forza, fenomeni che si manifestano con un calo della velocità di esecuzione volontaria. In questa prospettiva, la perdita di velocità percentuale (Velocity Loss Percentage, VLP) costituisce un parametro fondamentale per definire la dose ottimale di lavoro, promuovendo adattamenti specifici della forza e quantificando il livello di sforzo sostenuto durante l’esercizio [9]. La velocità si configura quindi come un indicatore affidabile e oggettivo per la calibrazione precisa di carichi e volumi di allenamento, adattandoli alle variazioni quotidiane dello stato di forma e di affaticamento, garantendo una programmazione più individualizzata ed efficace.

Esistono tre principali modalità per stimare l’1RM e prescrivere i carichi di allenamento (figura 3):

  1. zone di velocità universali, in cui ogni intervallo di velocità è correlato a una percentuale specifica dell’1-RM e a una determinata qualità fisica (ad esempio, velocità comprese tra 0,75 e 1,0 m/s corrispondono al 50%-60% dell’1-RM e allo sviluppo delle qualità di forza-velocità) [6];
  2. LVR generali, determinati sulla base di test di carico incrementale per un dato esercizio;
  3. LVR individualizzati, che possono essere determinati tramite metodi di valutazione diretta dell’1- RM (come i carichi incrementali), metodi indiretti, quali il metodo a due punti, o modelli di regressione, come la regressione polinomiale di secondo ordine.

Figura 3: Relazione tra %1RM e intervalli di velocità per diversi tipi di forza muscolare [9]

Tecnologie di misurazione della velocità: gli accelerometri

La capacità di sviluppare rapidamente forza contro un continuum di carichi rappresenta un fattore chiave nelle prestazioni sportive. La quantificazione e il monitoraggio oggettivo del carico di allenamento effettivo sostenuto dagli atleti rappresentano aspetti cruciali nella progettazione di programmi di allenamento efficaci, efficienti e sicuri. Come detto in precendenza, nel contesto del Velocity-Based Training (VBT), la valutazione dei cambiamenti acuti o cronici della prestazione di forza richiede una misurazione accurata e affidabile della velocità concentrica media (MCV). Considerata la necessità di minimizzare il margine d’errore in ambito scientifico e clinico, la validità e l’affidabilità dei sensori utilizzati devono essere accuratamente verificate[10]. In questo contesto, gli accelerometri, spesso integrati in sistemi di unità di misura inerziali (IMU), hanno dimostrato un’elevata affidabilità nella rilevazione di parametri biomeccanici sia in ambito sportivo che riabilitativo. Questi dispositivi non si limitano solo alla misurazione dell’accelerazione lineare e angolare, ma consentono anche di stimare variabili derivate come velocità, spostamento e potenza, rendendoli strumenti essenziali per la valutazione dell’efficienza neuromuscolare e della simmetria del movimento. Se correttamente posizionati e calibrati, gli accelerometri forniscono dati comparabili ai sistemi di riferimento da laboratorio, con un’ottima affidabilità sia in condizioni controllate sia durante attività sportive reali [11].

Applicazioni in ambito fisioterapico

In ambito fisioterapico, l’utilizzo degli accelerometri offre applicazioni di grande interesse clinico e riabilitativo. Questi dispositivi consentono infatti di monitorare in modo oggettivo la forza e la potenza muscolare dei pazienti durante il percorso di riabilitazione, fornendo parametri quantitativi utili per valutare l’efficacia dei programmi terapeutici [12]. Oltre a misurare i progressi in termini di forza, permettono anche di quantificare il recupero funzionale in condizioni cliniche caratterizzate da perdita di forza, come nel periodo successivo a un intervento ortopedico o nelle fasi di riabilitazione sportiva [13]. Un ulteriore ambito di applicazione riguarda la valutazione del controllo motorio e delle strategie di movimento, aspetti fondamentali sia per la prevenzione delle recidive sia per garantire un ritorno sicuro e progressivo all’attività sportiva. Questo è particolarmente rilevante negli atleti che rientrano in campo dopo un infortunio chirurgico, nei quali la capacità di gestire correttamente i pattern motori rappresenta un indicatore essenziale di recupero funzionale [14]. L’affidabilità documentata di questi sensori ne supporta l’utilizzo anche nei programmi di return to play, fornendo feedback precisi e ripetibili sul recupero della forza e della potenza. Nel contesto riabilitativo successivo all’intervento chirurgico, la valutazione oggettiva dei progressi risulta fondamentale per assicurare un ritorno in campo che sia sicuro ed efficace. Tradizionalmente, i test clinici e funzionali (hop test, isocinetica, scale soggettive di percezione) rappresentano gli strumenti di riferimento, ma non sempre permettono di valutare la qualità del movimento o la reale capacità neuromuscolare dell’atleta. Gli accelerometri, grazie alla capacità di quantificare velocità, accelerazione e potenza durante l’esecuzione degli esercizi, integrano tali informazioni fornendo dati oggettivi e sensibili. In particolare, consentono di monitorare la simmetria del movimento tra arto operato e controlaterale, la capacità di generare forza esplosiva e il grado di efficienza neuromuscolare, tutti parametri strettamente correlati al rischio di recidiva o di nuovo infortunio.

Ad esempio, numerosi studi hanno dimostrato che l’uso di unità inerziali indossabili consente una valutazione affidabile delle prestazioni nel countermovement jump, permettendo di rilevare differenze anche minime nella potenza degli arti inferiori che potrebbero sfuggire a una valutazione visiva tradizionale. Tale approccio risulta particolarmente rilevante nelle fasi avanzate del processo riabilitativo, quando il paziente appare clinicamente ristabilito ma manifesta ancora deficit funzionali sottili [15]. Analogamente, Banyard, Nosaka, Sato e Haff (2017) hanno confermato la validità dei metodi basati su sensori per determinare velocità, forza e potenza durante esercizi come lo squat, sottolineandone l’applicabilità sia in ambito sportivo che riabilitativo. Questo approccio consente al fisioterapista di monitorare i progressi nel tempo e di programmare aumenti graduali del carico in base a parametri quantitativi, anziché esclusivamente qualitativi[3]. Più recentemente, alcuni autori hanno proposto modelli pratici per la valutazione della “neuromuscular readiness”, ovvero della prontezza neuromuscolare al ritorno all’attività sportiva, attraverso l’analisi della velocità di movimento con il bilanciere. Questo approccio, applicabile anche al contesto fisioterapico, consente di definire soglie individualizzate che indicano il momento ottimale per riprendere attività più intense o per un rientro più graduale in campo. L’utilizzo degli accelerometri in questo contesto quindi non solo ottimizza la sicurezza del processo riabilitativo, ma consente anche la creazione di un linguaggio comune tra fisioterapisti, preparatori atletici e staff tecnico, fondato su dati oggettivi e confrontabili [16].

MED – Minimun Effective Dose

Il concetto di “dose minima-massima efficace” (MED), inteso come la potenziale esistenza di una relazione tra il volume dell’allenamento e l’ipertrofia che segue una curva a forma di “U” rovesciata, è stato esaminato in diversi studi volti a sviluppare metodi di ottimizzazione per gli adattamenti dell’ipertrofia muscolare [17]. Questo principio suggerisce la necessità di un volume minimo per indurre adattamenti significativi, oltre il quale i benefici tendono a stabilizzarsi o addirittura a ridursi a causa di un eccessivo carico allenante.


Figura 4: Med-Minumu Effective Dose

Negli ultimi anni, il concetto di Minimum Effective Dose (MED) ha acquisito una rilevanza crescente non solo nell’ambito dell’ipertrofia, ma anche nel settore dell’allenamento della forza e della riabilitazione. In questo contesto, l’applicazione del Velocity-Based Training (VBT) si è rivelato particolarmente efficace, in quanto consente di monitorare in tempo reale la velocità di esecuzione delle ripetizioni e di modulare il carico di lavoro in modo oggettivo. L’introduzione delle soglie di perdita di velocità (velocity loss thresholds) rappresenta una delle principali applicazioni pratiche del VBT nel rispetto del principio della dose minima efficace. Interrompendo la serie nel momento in cui la velocità di esecuzione scende al di sotto di una soglia prestabilita, è possibile preservare la qualità del movimento, evitare ripetizioni non necessarie e contenere una fatica eccessiva[18][19]. Un ulteriore beneficio del VBT risiede nella possibilità di costruire la curva forza-velocità dell’atleta, uno strumento valutativo fondamentale per definire il profilo neuromuscolare individuale e personalizzare i regimi di allenamento, consentendo di determinare se l’atleta necessiti di un incremento della forza massima o della velocità di contrazione, orientando così gli stimoli allenanti in modo più mirato e funzionale [20]. Tutto questo assume una particolare rilevanza nel contesto riabilitativo e nel percorso di ritorno alla pratica sportiva (Return to Play, RTP) post ricostruzione del legamento crociato anteriore (LCA). Numerose evidenze presenti in letteratura hanno dimostrato come, anche a distanza di mesi dall’intervento, siano presenti deficit neuromuscolari significativi, in particolare, nella forza del quadricipite, nella capacità di sviluppare rapidamente forza (rate of force development), nella potenza e nella forza reattiva, tutti parametri strettamente correlati a un RTP sicuro ed efficace [21]. Il recupero di potenza e forza reattiva rappresenta dunque un obiettivo fondamentale non solo per ottimizzare la performance, ma anche per ridurre il rischio di un nuovo infortunio. Un ritorno anticipato all’attività agonistica senza un completo ripristino di tali capacità neuromuscolari aumenta infatti in modo significativo la probabilità di una nuova lesione. In questa prospettiva, il VBT si configura come uno strumento di notevole valore applicativo, in quanto consente un monitoraggio accurato della qualità del movimento e del livello di fatica, favorendo progressioni graduali, personalizzate e sicure. Inoltre, recenti meta-analisi hanno evidenziato come l’approccio velocity-based possa risultare altrettanto, se non più, efficace rispetto ai metodi tradizionali basati sulla percentuale di 1RM, sia nel miglioramento della forza massima sia nello sviluppo delle capacità esplosive [22].

Conclusioni

Questo studio ha messo in luce come l’allenamento della forza con il Velocity-Based Training (VBT) rappresenti un approccio innovativo e fondato su evidenze scientifiche per la valutazione e la modulazione del carico nell’ambito dell’allenamento e dell’allenamento a fini riabilitativi. L’impiego della velocità di esecuzione come variabile primaria consente di ottenere informazioni oggettive e sensibili sullo stato neuromuscolare dell’individuo, superando i limiti dei metodi tradizionali basati su percentuali statiche dell’1RM. Questa caratteristica conferisce al VBT la capacità di adattare il carico di lavoro in base alla condizione effettiva del soggetto, ottimizzando simultaneamente gli adattamenti neuromuscolari e riducendo il rischio di sovraccarico e affaticamento eccessivo. Le evidenze scientifiche dimostrano che la velocità di spostamento del bilanciere è strettamente correlata al carico relativo (%1RM) e che la perdita di velocità durante le serie rappresenta un indicatore affidabile del livello di fatica. In tale prospettiva, il VBT permette una regolazione dinamica dell’intensità e del volume dell’allenamento, garantendo un equilibrio ottimale tra stimolo allenante e capacità di recupero. Al contempo, l’applicazione del concetto di Minimum Effective Dose (MED) consolida ulteriormente la validità del metodo, permettendo di determinare la soglia minima efficace di lavoro per indurre adattamenti positivi senza eccedere nella dose di stimolo. Questo principio assume particolare rilevanza nel contesto riabilitativo, dove la modulazione del carico deve rispettare i processi di guarigione tissutale e le variazioni della capacità funzionale. Dal punto di vista tecnologico, la crescente disponibilità di dispositivi affidabili, quali i trasduttori lineari e le unità inerziali (IMU), ha reso possibile l’applicazione del VBT non solo negli ambienti di ricerca o di preparazione atletica d’élite, ma anche in ambito clinico e fisioterapico. L’impiego di accelerometri e sensori indossabili consente oggi di misurare la velocità, l’accelerazione e la potenza in modo accurato, offrendo dati oggettivi utili per monitorare il progresso del paziente, la simmetria del movimento e la qualità dell’esecuzione. In particolare, il VBT si dimostra uno strumento utile nei protocolli di ritorno allo sport (Return To Play), in cui la valutazione quantitativa della potenza e della capacità di sviluppare rapidamente forza fornisce un criterio oggettivo per la ripresa dell’attività fisica in sicurezza. Le evidenze riportate suggeriscono inoltre che il VBT non debba essere inteso unicamente come una tecnica di allenamento, bensì come un paradigma di valutazione funzionale capace di integrare performance, recupero e prevenzione. L’analisi in tempo reale della relazione carico- velocità permette al professionista di identificare precocemente segnali di affaticamento o asimmetrie motorie, intervenendo tempestivamente con adeguamenti personalizzati del carico e della frequenza di lavoro. Questo approccio favorisce una gestione più razionale e scientificamente fondata del processo riabilitativo, migliorando la comunicazione interdisciplinare tra fisioterapisti, preparatori atletici e staff medico. In conclusione, il Velocity-Based Training si configura quindi come una metodologia affidabile, sensibile e applicabile in diversi contesti clinici e sportivi. La sua capacità di fornire feedback oggettivi in tempo reale, di stimare l’1RM giornaliero e di regolare l’intensità del lavoro in base alla risposta individuale lo rende uno strumento di valore strategico per la fisioterapia moderna. L’integrazione del VBT nei protocolli riabilitativi consente di unire rigore scientifico e personalizzazione, favorendo un ritorno all’attività fisica e sportiva sicuro, progressivo e basato su dati misurabili. Sviluppi futuri saranno rivolti all’approfondimento dell’applicabilità di tali metodologie nei diversi distretti corporei e nelle varie fasi del recupero funzionale, con l’obiettivo di consolidare ulteriormente il VBT come standard di riferimento per la valutazione e l’ottimizzazione della performance neuromuscolare.

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