Performance nel plank e lombalgia

Il low back pain (LBP) è riconosciuto come una delle maggiori fonti di disabilità a livello mondiale. Data la sua natura complessa e multifattoriale, diagnosticare e gestire il LBP rimane una considerevole sfida clinica. Le cause meccaniche più comuni di LBP includono disturbi di colonna lombare, dischi intervertebrali e tessuti molli circostanti. Inoltre, esistono fattori che contribuiscono alla patologia, come controllo motorio alterato, squilibri muscolari, cambiamenti degenerativi e aspetti psicosociali quali ansia, depressione e insoddisfazione lavorativa. Questi elementi possono influenzare non solo diagnosi e cura, ma anche il rischio che la lombalgia diventi persistente. Nello specifico, una coordinazione alterata della muscolatura lombare e del core, manifestata da attivazione asimmetrica e co-contrazione, è strettamente correlata ad uno squilibrio meccanico e all’amplificazione dei segnali nocicettivi negli individui affetti da LBP. È infatti risaputo che questi ultimi spesso mostrino un ritardo nell’attivazione anticipatoria dei muscoli del core durante i compiti posturali, compromettendo la stabilità lombopelvica e il controllo del movimento.

Sebbene il plank sia comunemente usato nelle valutazioni come indicatore misurabile della resistenza del tronco – richiedendo un’attivazione isometrica sostenuta dei muscoli del core – è fondamentale applicare questa misura con cautela. I dati elettromiografici, infatti, suggeriscono che l’attivazione del multifido lombare sia minore rispetto a quella del retto dell’addome, tanto da riconsiderare la sua rilevanza come indicatore della performance funzionale del core negli individui con mal di schiena.

Con l’obiettivo di fare luce su questo argomento, gli autori di questo studio hanno messo in discussione l’assunto comune che un plank temporalmente più lungo indichi una migliore funzionalità del tronco nei pazienti con lombalgia. Inoltre, nella seconda fase dello studio, su un campione di pazienti con LBP è stata indagata la relazione tra la resistenza muscolare anteriore e posteriore del tronco, proponendo il rapporto bridge-to-plank (durata media del ponte a gamba singola / durata del plank prono) come metrica innovativa per valutare l’equilibrio muscolare.

Contrariamente alle aspettative, lo studio ha rilevato che gli individui con LBP mantengono il plank più a lungo rispetto a quelli senza, suggerendo che una maggiore resistenza del core anteriore potrebbe non essere protettiva per il LBP. I risultati indicano inoltre che un maggiore equilibrio tra la resistenza della catena posteriore e quella del core anteriore (misurato dal rapporto bridge-to-plank) è associato a minori livelli di disabilità negli individui con LBP. Come clinici, in ambito valutativo, è importante considerare valutazioni complete del core e strategie di allenamento che enfatizzino sia la muscolatura del tronco anteriore che posteriore per affrontare meglio i deficit neuromuscolari associati all’LBP.

Eimiller K, et al. The Core of the Issue: Plank Performance and Pain in the Lower Back. J Clin Med. 2025 Jun 3;14(11):3926.
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/40507688/

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