La gestione del runner con dolore femororotuleo

Il dolore femororotuleo (PFP) è una condizione clinica caratterizzata da dolore nell’aspetto anteriore del ginocchio provocato o aggravato da attività che, in carico, aumentano lo stress sull’articolazione femororotulea. Il PFP è spesso definito come “ginocchio del runner” dato che rappresenta uno dei disturbi più frequentemente riferito dai runner.

Storicamente, l’attenzione maggiore dei ricercatori è stata rivolta ai fattori patoanatomici e kinesiopatologici. Di conseguenza, concetti come la cinematica e la cinetica della corsa sono stati accettati nella comunità clinica. Però, le caratteristiche specifiche che sono state osservate nei runner con PFP potrebbero essere state in molti casi interpretate erroneamente come cause di questo disturbo. Infatti, le caratteristiche presenti nei runner sintomatici potrebbero essere la conseguenza del dolore e non la sua causa. Comunque, nella gestione del PFP, i fattori biomeccanici devono essere considerati, in modo particolare la loro interazione con i carichi di allenamento, la capacità di recupero e il profilo psicologico. La riduzione del carico su un’articolazione femororotulea irritata tramite strategie biomeccaniche potrebbe in alcuni casi essere necessaria. La riabilitazione dovrebbe essere adattata inoltre alla natura recente o persistente del PFP.

L’esatta causa dell’input nocicettivo nel PFP non è chiara (osso subcondrale, fat pad, membrana sinoviale, retinacoli, etc.) e probabilmente varia tra gli individui. In caso di dolore persistente, può essere presente una sensibilizzazione al dolore.

Il rischio di infortunio nello sport consiste in una combinazione di fattori biologici, fisici, psicologici e socioculturali. Nonostante un recente cambiamento nell’allenamento (ad esempio, aumenti nella distanza, nella velocità e/o nei dislivelli) superiore alla capacità dei tessuti di adattarsi è spesso considerato causa di PFP, è importante indagare variazioni recenti dei fattori non meccanici, come sonno e stress, perché possono alterare la capacità di recupero dopo sessioni di corsa normalmente tollerate.
Evidenze recenti sottolineano l’importanza dell’educazione del paziente sulla gestione dei carichi, in relazione ai sintomi, nella gestione del PFP. L’educazione erogata tramite strumenti online rappresenta un approccio interessante con una riduzione delle risorse economiche. Nel PFP con insorgenza recente, l’educazione alla corretta gestione dei carichi di allenamento potrebbe essere sufficiente per modificare il disequilibrio tra carico e capacità di carico.

I runner con PFP presentano deficit di forza muscolare, soprattutto del quadricipite e dei muscoli posterolaterali di anca. La riduzione della forza dell’anca non sembra essere una causa di PFP, ma una conseguenza del dolore. Anche se non è presente una relazione causa-effetto tra la forza e il PFP, gli esercizi di rinforzo, con un’esposizione graduale, sono fondamentali nei soggetti con PFP, compresi i runner, per ridurre il dolore e migliorare la funzionalità. In particolare, per ottimizzare l’outcome, sono raccomandati esercizi per i muscoli di anca e per il quadricipite. È interessante notare, comunque, che gli effetti positivi degli esercizi di rinforzo non sono spiegati da modificazioni della cinematica durante la corsa; di conseguenza, i meccanismi responsabili del miglioramento dei sintomi rimangono sconosciuti.

L’alterato tracking rotuleo, nonostante sia ancora promosso da molti clinici, è un concetto abbondantemente screditato da numerose ricerche. Le caratteristiche anatomiche (come l’angolo Q e la morfologia della troclea) non differiscono tra i soggetti con PFP e i soggetti sani. Inoltre, le ginocchia sane mostrano un elevato grado di variabilità. Prescrivere esercizi per rinforzare selettivamente il vasto mediale obliquo è errato. Anche il taping non ha alcun effetto nel modificare il tracking rotuleo, ma è consigliato come componente del trattamento per ridurre i sintomi (nonostante non siano conosciuti i meccanismi tramite i quali è utile).

Ad oggi, l’unica strategia efficace per ridurre il rischio di insorgenza di PFP nei runner sembra essere una riduzione delle forze di impatto correndo con “meno rumore”.

Descrivere una tecnica di corsa come “errata” o “alterata” è probabilmente sbagliato e può amplificare la paura del movimento e la catastrofizzazione. I tessuti rispondono al carico adattandosi. I runner esperti con una tecnica di corsa “atipica” si adatteranno a quel pattern biomeccanico. Comunque, modificazioni temporanee nello schema della corsa possono essere utili per ridurre gli stress sull’articolazione femororotulea e, di conseguenza, il dolore, soprattutto in presenza di sintomi persistenti. Con il miglioramento dei sintomi, il runner potrà riprendere a correre con la sua biomeccanica abituale.
Le modificazioni dello schema di corsa possono essere classificate in due approcci. Il primo ha l’obiettivo di modificare la cinematica nei piani frontale e trasverso (ridurre l’adduzione di anca, la rotazione interna di anca e il drop pelvico controlaterale). Il secondo di modificare la cinematica sul piano sagittale (manipolazione della cadenza o dello schema di appoggio).

In alcuni runner, la transizione a scarpe con un indice di minimalismo maggiore potrebbe rappresentare una strategia per ridurre lo stress articolare femororotuleo. Un periodo di transizione graduale deve essere considerato per permettere un adattamento di piede, caviglia, tricipite surale e tendine di Achille.

Nel PFP la paura del movimento può influenzare la biomeccanica molto più che la forza muscolare. Fattori psicologici, come stress, ansia e catastrofizzazione, sono fattori contribuenti importanti nel PFP e devono essere integrati nell’approccio multimodale di trattamento nel runner infortunato. Anche una scarsa qualità del sonno è considerata come un importante fattore predittivo di infortunio, influenzando la capacità del corpo di recuperare.

Esculier JF, Maggs K, Maggs E, Dubois B. A Contemporary Approach to Patellofemoral Pain in Runners. J Athl Train. 2020 Nov 16;55(12):0.
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33196837/

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