Per trasferimento muscolo-tendineo o palliativo si intende il trasferimento dell’inserzione di un determinato muscolo sul tendine di un muscolo definitivamente denervato,sulla sua inserzione o su una nuova inserzione.
I trasferimenti tendinei vengono effettuati quando una paralisi, instauratasi a causa di processi patologici o traumi, abbia irrimediabilmente compromesso le peculiari funzioni della mano.
Affinché  tali trapianti siano eseguiti con successo e per evitare un aumento dello squilibrio e delle deformità, si devono rispettare alcuni principi fondamentali:
 
-a prescindere da quale sia la causa dello squilibrio (sia essa traumatica, congenita, infettiva o vascolare) và eseguito un puntuale bilancio funzionale della mano per evidenziare la funzionalità residua e quella perduta.
 
– và effettuato un esame muscolare per la scelta dei muscoli appropriati per la trasposizione tra quelli che si hanno a disposizione (potenza, ampiezza ed escursione, gruppo sinergico di appartenenza).
 
– si deve valutare la reale possibilità di fare a meno della funzione del muscolo donatore,testarne la potenza e valutare l’ampiezza di escursione del suo tendine. Infatti, considerando che dopo il trapianto la forza muscolare perde circa un grado,il muscolo da trapiantare dovrà avere forza 4 o 5, ed il suo tendine dovrà essere sufficientemente lungo da permettere una buona funzione.
 
– è indispensabile in fase pre-chirurgica  verificare che sia presente una buona escursione articolare, questo perché non è possibile con una trasposizione tendinea correggere eventuali rigidità. La concomitanza di rigidità articolare, non permettendo al tendine trapiantato di avere una buona escursione, favorirà l’insorgenza di aderenze cicatriziali dopo l’intervento.
 
LINEE GUIDA PER IL TRATTAMENTO DEI TRASFERIMENTI MUSCOLO-TENDINEI
 
Gli obiettivi in fase preoperatoria si rifanno a quelle che sono le premesse generali dell’intervento riabilitativo.
Quanto detto a proposito di vizi e complicanze da rigidità articolare chiarisce come di primaria importanza sia l’ottimizzazione del PROM. Le rigidità articolari possono instaurarsi proprio in conseguenza dello squilibrio delle forze muscolari, in quanto la muscolatura “residua” agendo sui distretti che le competono,costringe la mano in posizioni viziate e permanenti che col tempo si concretizzano come rigidità di quelle articolazioni su cui non agiscono più le forze muscolari e che quindi rimangono immobili.
Un adeguato protocollo di mobilizzazione passiva, sbloccando determinati distretti, concorrerà alla preparazione di un opportuno terreno su cui intervenire chirurgicamente, per un buon risultato funzionale. Anche lo stretching risulta un valido strumento in questa fase.
Per migliorare il PROM, inoltre, ci si può servire dell’ausilio di ortesi dinamiche che vadano a correggere eventuali iniziali rigidità.
Altro aspetto fondamentale è l’educazione del paziente ad accettare la nuova “articolazione muscolare”. Se l’equipe chirurgica ha il compito di spiegare dettagliatamente l’intervento e verificarne la piena accettazione da parte del paziente sarà poi il riabilitatore che dovrà, in sede di trattamento, chiarire “praticamente” quali funzioni  sarà possibile acquisire, quali verranno parzialmente ridotte e come si dovrà reimpostare la gestualità della mano.
Facilmente il paziente perde memoria del movimento prodotto dal muscolo denervato,il programma riabilitativo in questa fase avrà anche lo scopo di richiamare (con il controlaterale sano) tale sequenza motoria, corticalizzarla  per poi riuscire a richiamarla in fase postoperatoria.
Per poter disporre di un muscolo trapiantato valido è necessario che questi si presenti al trapianto in condizioni ottimali, sarà quindi importante massimizzare la forza del muscolo donatore.
In tal senso la mobilizzazione attiva contro resistenza,anche servendosi di bande elastiche, risulta il metodo più efficace per il rinforzo.
Per un risultato valido e di reale utilità dell’intervento è necessario in questa fase dedicare attenzione al mantenimento della funzionalità delle prese (la mano è un distretto con competenze manipolative e gestuali assolute, se non si possono esercitare tali funzioni diventa un appendice inutile e sarebbe quindi senza significato sottoporla ad un intervento simile).
Infine fare un’approfondita valutazione della sensibilità per avere un parametro obbiettivo di partenza su cui lavorare. Di immediata comprensione risulta il concetto che l’innervazione sensitiva della mano è una delle più complesse del corpo, fondamentale per l’esecuzione di tutti i movimenti, gesti e prese, fungendo da biofeedback per la programmazione del gesto (una mano senza sensibilità è una mano cieca e quindi inutilizzabile).
 
In fase postoperatoria gli obiettivi primari saranno legati alla gestione del paziente,soprattutto in fase iniziale,per quanto concerne i vincoli al trattamento.
Priorità assoluta va data alla protezione della sutura tendinea per non vanificare i risultati dell’intervento. Generalmente fin verso la quarta settimana si ha immobilizzazione delle articolazioni coinvolte,mettendo in scarico le suture tendinee. Le articolazioni libere vanno invece mobilizzate e si dovrà continuare il lavoro fatto in fase preoperatoria di richiamo del movimento con l’arto sano.
Il controllo dell’edema verrà messo in atto con posture ed esercizi antiedema.
Dopo la quarta settimana si può procedere al confezionamento di uno splint removibile di protezione,che darà anche modo di occuparsi del controllo della cicatrice.
Tra la quinta e la sesta settimana si potrà procedere alla mobilizzazione attiva assistita, iniziando la corticalizzazione del muscolo trasferito, educando il paziente sulla nuova funzione dello stesso facendo però attenzione alla sua facile affaticabilità.
Se è constatata la tenuta della sutura tendinea,verso la settima settimana si procederà al confezionamento di uno split dinamico.
La mobilizzazione contro resistenza, graduale, si può intraprendere verso l’ottava settimana,richiedendo anche contrazioni isometriche ed insegnando un programma di esercizi domiciliare.
L’utilizzo libero e normale della mano è auspicabile dalla dodicesima settimana.

Tali indicazioni sui tempi di recupero nel postoperatorio sono da considerarsi indicative, sarà il chirurgo, di concerto col fisioterapista, a valutare pro e contro di una mobilizzazione precoce, in quanto solo il chirurgo che ha attuato l’intervento è a conoscenza della solidità della sutura e dei movimenti che potrebbero comprometterne la tenuta.

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