Già con Ippocrate  (458-370 a.c.) nel “Libro delle diete” si parlava dell’uso del cavallo per curare l’insonnia, in seguito con Ascepiade di Prusia (124-40 a.c.) ne “Il moto a cavallo” veniva descritto l’utilizzo del cavallo per la cura di epilessie e paralisi.
All’inizio del XVI secolo Cesare Borgia affermò: “colui che vuole conservare una buona forma fisica può solo star coricato o cavalcare”. Thomas Synderham nel 1676 aveva consigliato questa attività per diverse patologie (gotta, tubercolosi, coliche biliari e flautolenze) ed era arrivato a mettere a disposizione dei pazienti indigenti i cavalli di sua proprietà. Questa tesi venne ben accolta da Giorgio E. Stahl (1660-1734), medico personale di Maria Teresa d’Austria, che apparteneva alla prima scuola di medicina di Vienna. Secondo quest’ultimo infatti le fibre muscolari divenivano meno eccitabili praticando questo sport.
Giovanni Pringle (1707-1782) affermò che l’esercizio a cavallo è un elemento valevole per conservare la salute degli eserciti “come si osserva nelle malattie epidemiche alle quali è più soggetta la fanteria che non i soldati a cavallo”. J.C. Tissot (1782) ha trattato esaurientemente gli effetti dei movimenti equestri, egli ha inoltre descritto per la prima volta le controindicazioni della pratica eccessiva di questo sport. Egli illustra gli effetti diversi delle varie andature, fra le quali quella del passo, ritenuta la più efficace dal punto di vista terapeutico.
All’inizio del secolo scorso, molti medici si preoccuparono di comprendere l’arte del dosaggio di questa terapia, sottolineandone l’efficacia. In tempi più recenti è stato ripreso l’uso del cavallo come strumento chinesioterapico nella rieducazione dei disabili; i primi paesi ad occuparsi di questo trattamento furono quelli scandinavi e anglosassoni (circa 75 anni fa) che limitarono quest’attività ai fini ricreativi.
In Francia la rieducazione equestre nacque nel 1965 come apprendiamo da De Lubersac e Lallery nell’introduzione al loro manuale intitolato “Rieducazione attraverso l’equitazione” (1973). Nel 1965 sempre in Francia, l’ippoterapia divenne materia di studio, tanto che nel 1969 ebbe luogo la presentazione al Centro Ospedaliero Universitario della Salpetrière del primo lavoro scientifico sulla riabilitazione equestre. Nel 1972 a Parigi alla Facoltà di Medicina si è avuta la prima discussione di laurea.
In Italia si iniziò una reale attività rieducativa nel 1976 a seguito di un incontro tra il chirurgo pediatra dell’ospedale di Niguarda Ca’ Granda, il dottor Luciano Cucchi e la dottoressa Danièle Nicolas Citterio (specialista in Medicina riabilitativa e Psicologia) la quale nel 1977 fondò la Associazione Nazionale di Rieducazione Equestre (A.N.I.R.E.) unica riconosciuta a livello nazionale dal Sistema Sanitario (D.PR. n°610 del 08.07.1986 del Capo dello Stato – Registro n°9 Sanità foglio n°144).
 
La “Terapia con il Mezzo del Cavallo” (T.M.C.) è un complesso di tecniche riabilitative che permette di superare danni sensoriali, cognitivi e comportamentali. Dal momento che l’andare a cavallo interessa l’individuo nel suo complesso psicosomatico, la T.M.C. può essere considerata un metodo globale che sollecita la partecipazione di tutto l’organismo, e per questo motivo è indicata nel trattamento di numerose patologie: dalle paralisi cerebrali infantili alla distrofia muscolare; dai disturbi del comportamento, alla schizofrenia, dalla Sindrome di Down, all’autismo.
Mira, in ogni caso, allo sviluppo psicofisico globale del disabile che la utilizza, migliorando la sua autonomia e favorendone l’integrazione sociale.
 
Nell’ambito della T.M.C. si riconoscono generalmente quattro fasi diverse, in rapporto alle finalità ed agli obiettivi : ippoterapia, riabilitazione equestre, presportiva e sportiva; il passaggio da una fase all’altra indica un potenziamento delle capacità del soggetto e quindi un suo ruolo sempre più attivo e autonomo sul cavallo.
Per i portatori di handicap, l’incontro con l’animale è uno stimolo molto importante per una valorizzazione di sé e per il riconoscimento delle proprie capacità psicofisiche.
“La T.M.C. si può considerare come un complesso di tecniche rieducative utilizzate per l’ottimizzazione del danno sensoriale, cognitivo e comportamentale, attraverso lo svolgimento di un’attività ludico-sportiva che ha come mezzo il cavallo”(Frascarelli, 1989).
Durante l’azione cinetica e dinamica operata dal cavallo e la relativa controreazione operata dal paziente cerebropatico sui tre assi dello spazio, si evidenzia la necessità di movimenti anticipatori, di orientamento e di adattamento che coinvolgono il sistema nervoso a livello neuromotorio, neuro-psicologico e a livello delle funzioni corticali superiori e si è giunti a considerare l’ippoterapia una vera e propria metodica riabilitativa (Nicolas Citterio, 1985).
Il controllo del tono muscolare è quindi ottenuto grazie sia all’attività posturale della muscolatura del tronco e del cingolo scapolare e pelvico (necessaria per mantenere la posizione a cavallo), sia all’attività fasica della muscolatura degli arti inferiori, degli ischio-crurali e dei glutei, sia allo stiramento lento e progressivo indotto dal movimento del dorso del cavallo (Nicolas Citterio, 1985; Ricotti et al., 1993; Dalla Toffola et al., 1993)
L’attività equestre rinforza le potenzialità muscolari e motorie e stimola le facoltà intellettive (memoria, attenzione e concentrazione); inoltre sviluppa qualità sociali quali la stabilità emotiva, la capacità di stabilire una relazione positiva con il cavallo e con gli altri, consentendo così al bambino di raggiungere un comportamento adeguato al setting.
L’ ippoterapia può essere considerata una terapia corporea in cui la comunicazione tra bambino e cavallo avviene attraverso un dialogo tonico dove ad ogni movimento fatto dal cavallo risponde uno fatto dal bambino e viceversa. La bellezza, l’imponenza, la potenza fisica del cavallo, così come la sua socievolezza e curiosità, motivano il ragazzo a scoprire nuovi orizzonti relazionali mettendosi alla prova e stimolando nuove reazioni nell'”amico destriero”.
Il cavallo è protagonista dell’azione terapeutica, dal momento che, nella T.M.C., l’animale consente una relazione estremamente ricca e complessa e, tramite il contatto corporeo ed il rapporto fisico che instaura con il paziente, permette una serie di opportunità emozionali e affettive attraverso le quali il soggetto acquisisce controllo e fiducia in sé stesso.
Questo animale ha delle peculiarità fondamentali di carattere e fisicità: animale da branco, docile e tollerante, facile ad essere addestrato, forte e potente, caldo e morbido allo stesso tempo, tuttavia non accetta gesti e comportamenti strani, inusuali ed incoerenti, e non viene a compromessi con i cavalieri; il cavallo, infatti, non permette al bambino di utilizzare quegli atteggiamenti che condizionano invece il comportamento del caregiver, costringendo così il cavaliere ad un comportamento consono alla situazione.
 
Il cavallo, per sua natura e per la sua particolare andatura, fornisce al cavaliere una grande quantità di stimolazioni sensitive e sensoriali: tutte queste afferenze visive, tattili, uditive, olfattive, cinestesiche e propriocettive influiscono favorevolmente sulla maturazione psicomotoria dell’individuo.
Le ondulazioni provocate dal movimento tridimensionale durante la marcia del cavallo stimolano la coordinazione motoria, regolano il tono muscolare e determinando continui spostamenti del baricentro del cavaliere, migliorano il senso dell’equilibrio; montare a cavallo consente una correzione degli schemi posturali globali di un soggetto.
La grande quantità di stimolazioni muscolari alle quali il cavaliere è soggetto, hanno un effetto benefico sul rilassamento sia fisico che mentale; il ritmo del passo del cavallo, il suo movimento sinusoidale e la possibilità di accelerare o rallentare la sua andatura permettono una migliore regolazione del tono muscolare e una diminuzione della spasticità così come l’uso della sella profonda, della sella o del feltro, l’uso o meno delle staffe. Inoltre in tutta la letteratura estera ed italiana il passo è sempre stato descritto come l’andatura per eccellenza delle attività che usano il cavallo come mezzo terapeutico (Nicolas Citterio, 2001).
 
Nella terapia a cavallo si pone in primo piano la partecipazione attiva del paziente al suo stesso percorso riabilitativo; il disabile impara agendo e prova soddisfazione nella riuscita.
Il cavallo non è di per sé uno strumento terapeutico onnivalente, ma diventa tale se è controllato dal terapista, il quale assume qui il delicato ruolo dell’interprete e del mediatore nella relazione che si viene a creare tra l’uomo e l’animale; egli sceglie il tipo di cavallo che meglio si addice alla patologia del paziente, modula l’andatura, la frequenza e i cambi di direzione.
La rilevanza del ruolo del terapista è da sottolineare proprio perché nell’immaginario l’ippoterapia è stata rappresentata come una pratica in cui il cavallo (animale da sempre descritto con doti di intelligenza superiore nell’ambito del non umano) va a prendere il posto del terapeuta.
È invece il terapista con adeguata formazione specializzata che agisce da educatore diventando l’Io-terapeutico (Io-ausiliare) che si affianca al bambino per aiutarlo ad interagire con la realtà, nella fattispecie col cavallo.
Il terapista deve interpretare le emozioni e le sensazioni trasmesse dal cavallo al cavaliere al fine di individuare le strategie migliori per accompagnare quest’ultimo alla scoperta di sé, allo sviluppo della propria autonomia e della propria autostima; deve cercare di rinforzare tutti quei meccanismi funzionali alla nascita, alla crescita ed al rinforzo del senso di Sé: vissuti corporei e percettivi, il riconoscimento delle proprie capacità, la percezione della propria sfera affettiva ed emotiva, la capacità di relazionarsi con altre persone.
La T.M.C. esige obbligatoriamente che il terapista conosca senza alcuna possibilità di errore tanto il cavallo quanto le differenti forme di handicap. Senza questo non si arriva a niente. Al terapista deve dunque essere familiare non solo il cavallo, con il suo modo di vivere e le varie tecniche di equitazione, ma deve soprattutto capirlo e rispettarlo ed essere capace di ottenere da lui ciò che si attende.
D’altra parte, la sua formazione (in primis come terapista laureato e successivamente con altrettanto importante specializzazione in TMC) gli deve permettere di studiare tutte le varie forme di handicap in maniera sufficientemente approfondita da non commettere errori.
Quando tutto ebbe inizio, non esisteva alcun modo per informare la gente che una persona qualunque non poteva mettere i disabili a cavallo. Questi si rivolgevano così direttamente a un maneggio, che generalmente rifiutava. Ma alcuni accettavano, con i rischi inerenti, indifferentemente dal quadro patologico di base, dal conseguente handicap, delle indicazioni e controindicazioni, delle precauzioni da prendere… Si è così giunti a casi estremi in cui per fare un semplice favore o per spirito di lucro, venivano messi a cavallo per un’ ora persone che non avrebbero dovuto restarci neppure per cinque minuti!
Conclusioni
        Nella maggior parte dei casi di pazienti seguiti con T.M.C. si è evidenziato un miglioramento neuromotorio: sull’allineamento, sul controllo delle sinergie globali, sui fenomeni di contrazione e sull’equilibrio statico e dinamico.
A livello neuropsicologico si è evidenziato un aumento dei tempi di attenzione, una migliore capacità di orientamento e di organizzazione spaziale, una maggiore capacità esecutiva. Si segnala inoltre un miglioramento della capacità espressiva ed una maggiore canalizzazione dell’aggressività.
L’analisi dei dati a disposizione consente di poter considerare, rispetto alla recuperabilità del danno primario, la T.M.C. del tutto comparabile alle tecniche rieducative più tradizionali.
In positivo si è evidenziata una maggiore disponibilità del bambino al trattamento, all’ambiente informale demedicalizzato ed una adeguata interrelazione tra bambino e famiglia, con la scoperta di capacità non valutate in precedenza.
E’ da tenere presente, infatti, che la famiglia del bambino disabile è spesso strutturata come un contesto rigido iperprotettivo e talvolta squalificante, che tende ad evidenziare la fragilità della struttura della personalità del bambino, coinvolgendolo in comportamenti stereotipati spesso non idonei alle reali potenzialità di sviluppo.
La verifica di insospettate capacità positive ottenibili attraverso l’uso del cavallo (determinazione, coraggio, controllo emotivo, espressività) dà la possibilità al nucleo familiare di ipotizzare una relazione più adeguata, ridefinendo il rapporto di relazione tra genitori e figlio.
        In tal senso la riabilitazione equestre sembra svolgere un ruolo di fondamentale importanza nel processo di “normalizzazione” poiché, sfruttando momenti di partecipazione ludici e sportivi, può contribuire ad un più armonico sfruttamento delle residue potenzialità e ad una più definitiva strutturazione della personalità del bambino.
 
Occorre infine ricordare come già ben espresso in precedenza, ma a mio avviso mai abbastanza, che l’importanza di una buona riuscita della terapia senza eventuali rischi derivati dall’inesperienza, dalla presunzione e dall’azzardata sperimentazione senza cognizione di causa, deriva dal fatto che la seduta viene guidata dal terapista, tale dopo diversi anni di studi universitari e la successiva specializzazione in T.M.C..

Egli esercitando la professione nel pieno diritto della legge, consapevole delle indicazioni ma soprattutto delle controindicazioni alla terapia, essendo questa la sua professione e la sua professionalità, dopo specifica certificazione medica e consultazione dell’ équipe multidisciplinare che segue il paziente (neuropsichiatri, psichiatri, psicologi, terapisti…), assicura la buona riuscita della seduta in ogni suo specifico aspetto.

Luca Capone

Terapista della Neuro e Psicomotricità
dell’Età Evolutiva.
Specializzato A.N.I.R.E.

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