Samuele Passigli – Fisioterapista, Osteopata

 

Il termine “pubalgia”, purtroppo così frequente nel mondo dello sport, è l’espressione dei sintomi localizzati a livello della regione del pube, con irradiazioni dolorose, secondo la gravità, verso gli adduttori, gli addominali e le arcate crurali. Può essere aggravata da ripercussioni viscerali a livello di vescica, intestino, stomaco.
Nonostante una definizione alquanto imprecisa e generica, la pubalgia è una condizione molto invalidante per lo sportivo, tanto da costringere l’atleta a lunghe assenze dagli allenamenti e dalle competizioni. Negli ultimi anni, inoltre, i casi di pubalgia sono aumentati in modo considerevole, specie negli atleti di alto livello. La casistica sportiva nella letteratura internazionale riporta un’incidenza media nei vari sport dal 5 al 15% di tutti gli infortuni.
I calciatori, i tennisti e i rugbisti sono le vittime favorite di questa affezione, poiché i gesti tecnici sport specifici che costantemente effettuano e gli intensi carichi di lavoro procurano forti squilibri a livello del bacino con successive alterazioni funzionali.
B. Brunet definiva provocatoriamente la pubalgia come “sindrome ripostiglio” per contestare una mentalità che, per superficialità e comodità, riuniva una serie di entità cliniche che in molti casi poco avevano a che fare fra loro e ancora meno avevano a che fare con il pube, ma erano contraddistinte da un unico comune denominatore: il dolore al pube.
La diagnosi di pubalgia è spesso solo una constatazione clinica. Ritengo che sia indispensabile e necessario, di fronte ad un atleta “pubalgico”, ricercare e individuare le cause e gli eventuali fattori predisponenti attraverso un’attenta valutazione funzionale, processo fondamentale per impostare un trattamento riabilitativo corretto.

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