Dott. S. Gioitta Iachino, Dott. A. Graceffa, Dott. L. Costarella
Dipartimento di Specialità Medico Chirurgiche
Sezione: Ortopedia e Traumatologia
Università degli Studi di Catania
Dir. Prof. G. Sessa

Abstract
Il gomito è un’articolazione complessa sia da un punto di vista anatomico che funzionale e ciò giustifica ampiamente il suo insostituibile ruolo di orientamento della mano nello spazio. Tale complessità rende conto delle ripercussioni, delle lesioni traumatiche o infiammatorie, sulle possibilità di movimento e della non sempre facile interpretazione fisiopatologica delle affezioni che la colpiscono. La sintomatologia coinvolge più frequentemente la regione laterale e mediale; le cause sono molteplici ma sono individuabili essenzialmente: malattie muscolari, ossee e nervose periferiche. Il nostro studio ha come scopo rimettere in risalto le conoscenze necessarie per fare diagnosi differenziale e accompagnare il paziente nel giusto percorso terapeutico.
Cenni di anatomia e biomeccanica del gomito
Il gomito consente con la globalità dei suoi movimenti: di orientare ed atteggiare la mano nella direzione voluta, posizionandola nella posizione più funzionale, di portare alla bocca gli alimenti e di favorire la presa con correzioni in altezza ed in lunghezza. E’ dotata di notevole stabilità e congruenza, con ampio range di flesso – estensione (0°- 150°) e di prono – supinazione (75°- 0°- 85°), che gli conferisce potenza nella gestualità ed attività di ogni giorno e per le quali è soggetto a notevoli sollecitazioni.
L’articolazione è avvolta da un’unica capsula e rinforzata da due legamenti collaterali (mediale e laterale), la flesso – estensione è possibile mediante l’articolarsi della grande cavità sigmoide dell’ulna con la troclea omerale; la flessione è favorita dalla forma anatomica della paletta omerale, che forma con la diafisi un angolo di 45° aperto anteriormente.
Il fisiologico valgismo del gomito (un angolo diretto in fuori di 140°-150°) costituisce un fattore di protezione per l’articolazione, che scarica così le forze di carico e che scompare con la pronazione del radio.
Introduzione e inquadramento eziopatogenetico
Con i termini aspecifici di epicondilalgia o epicondilite e di epitroclealgia o epitrocleite, vengono definite le sindromi dolorose del gomito a localizzazione laterale (compartimento esterno) o mediale (compartimento interno), secondarie a tre possibili cause: la patologia muscolare, la patologia osteo – articolare e la patologia nervosa canalicolare (con interessamento del nervo radiale nella regione laterale e del nervo ulnare nella regione mediale del gomito).
Le sindromi neuropatiche compressive (o sindromi nervose canalicolari) riconoscono diverse forme eziopatogenetiche: lesioni occupanti spazio come tumori, edemi secondari a malattie sistemiche, ematomi, esiti di traumi o patologie reumatiche, malformazioni congenite. Tuttavia, nella maggior parte dei casi sono successive a ipersollecitazioni da gesto sportivo o lavorativo reiterato, la cui intensità e/o modalità possono infiammare le strutture muscolo/tendinee articolari e peri-articolari, conseguendone fenomeni di restringimento dei canali osteofibrosi contigui e dunque sofferenza dei tronchi nervosi. Quest’ultime sono strutture anatomiche particolarmente suscettibili ai danni dell’ischemia e che già normalmente subiscono traslazioni e trazioni per azione delle strutture tendinee e muscolari durante i movimenti articolari.
Questa patologia in letteratura internazionale è definita “Over Use Syndrome” (SOU), nota anche con altri eponimi anglosassoni: WMSD (Work related Musculo-Scheletal Disorders), RMI (Repetetive Movement Injury), OOS (Occupational Overuse Syndrome).
Il termine generico SOU fa riferimento a un corteo vario ed ampio di sintomi, per lo più a carattere doloroso, successivi a sollecitazioni meccaniche correlate allo svolgimento di attività lavorative, domestiche o ludico-sportive; colpisce nella maggior parte dei casi l’arto superiore ma può interessare qualunque struttura teno – muscolare.
La patologia dolorosa da sovraccarico funzionale del gomito è più frequente rispetto a tutte le altre cause di dolore, epicritico e irradiato. I sintomi possono presentarsi in forma acuta, sub-acuta o cronica e in varia gravità in relazione alle modalità, all’intensità e alle caratteristiche temporali con cui si sono esercitate le sollecitazioni; il danno cumulativo che ne deriva è condizionato da eventuali comorbilità come diabete, patologie ematologiche od epatiche, alcoolismo, patologie reumatiche o del ricambio. La massima incidenza si ha nei soggetti impiegati in lavori manuali, rappresentando circa il 56% di tutte le malattie occupazionali.
Il movimento reiterato nel tempo impegna le strutture muscolo – tendinee, riduce le capacità rigenerative dei tessuti sotto stress e può innescare un processo infiammatorio prima acuto poi cronico che rischia di estendersi alla strutture limitrofe. Successivamente, il coinvolgimento delle strutture capillari, deputate al normale trofismo dei tessuti, e l’innesco di un processo fibrotico esitano in un danno cronico grave seguito dalla compressione delle formazioni nervose.
I fenomeni anatomopatologici che stanno alla base della patologia canalicolare del gomito sono ben comprensibili se si fa riferimento al concetto di “compartimento”: con ciò intendiamo un settore anatomico dove le strutture osteoarticolari, capsulo-legamentose, muscolo-tendinee e nervose occupano spazi anatomici piuttosto ristretti, delimitati da fasce fibrose poco espansibili. Tali strutture possono essere contemporaneamente coinvolte nelle sindromi canalicolari da ipersollecitazione.
La conoscenza anatomica – funzionale della regione e del concetto di “compartimento” sono presupposti per una corretta valutazione diagnostica che sia premessa per un adeguato trattamento terapeutico. Nel gomito distinguiamo 4 compartimenti:
? Compartimento esterno
Comprende:
? Articolazione omero – radiale;
? Capsula e legamento collaterale esterno e il legamento anulare;
? Muscoli epicondiloidei: estensori radiali lungo e breve del carpo, supinatore ed estensore comune delle dita;
? Nervo radiale e i suoi due rami terminali motore e sensitivo;
? Compartimento interno
Comprendente:
? Articolazione omero – ulnare;
? Capsula e legamento collaterale interno;
? Muscoli epitrocleari: flessore ulnare del carpo, flessore radiale del carpo, pronatore rotondo, flessore superficiale delle dita;
? Nervo ulnare;
? Compartimento anteriore
Comprende:
? Articolazione omero – ulnare anteriore;
? Muscoli: pronatore rotondo, flessori superficiali delle dita e flessore radiale carpo;
? Nervo mediano;
? Compartimento posteriore
Comprende:
? Articolazione omero-ulnare posteriore;
? Muscolo tricipite.
Vi sono gesti giornalieri, lavorativi e/o sportivi, che determinano un maggior sovraccarico su strutture ben precise: infatti, il compartimento esterno sostiene forze di pressione e di carico soprattutto nei movimenti con spalla extra-ruotata, gomito e polso estesi, avambraccio supinato; le strutture interne al contrario nelle attività con spalla intra-ruotata, gomito e polso flesso, avambraccio pronato. Il compartimento posteriore viene sovraccaricato nei gesti con spalla intra-ruotata, avambraccio supinato ed estensione del gomito; il compartimento anteriore, invece, è soggetto a notevoli sollecitazioni nelle attività con spalla intra-ruotata, gomito flesso, avambraccio pronato, polso esteso e dita flesse.
Tuttavia spesso, la distinzione non è cosi netta poiché la patologia flogistico-degenerativa può coinvolgere contemporaneamente due compartimenti funzionalmente associati, manifestandosi quadri sintomatici misti (compartimento interno ed esterno, compartimento esterno e posteriore).
Questo fondamentale concetto anatomo – funzionale rappresenta la base fisiopatologica delle sindromi canalicolari che sono quasi sempre secondarie ad alterazioni di diverse strutture sia osteoarticolari che muscolo tendinee; le manifestazioni cliniche, infatti, si presentano spesso associate ed è necessario un attento esame clinico e strumentale per valutare le cause, le strutture coinvolte e l’entità del danno nervoso. Tutto ciò deve indirizzare le opzioni terapeutiche e le scelte chirurgiche.
I compartimenti maggiormente coinvolti sono il laterale e il mediale, essendo rara la compressione del nervo mediano nella regione anteriore e di lieve entità sono le patologie del comparto posteriore. Particolarmente vulnerabile è il nervo ulnare che a livello del gomito decorre in un canale osto-fibroso di per sé angusto, con un tragitto obbligato ed è difeso superficialmente solo dai tessuti cutaneo e sottocutaneo e da una benderella fibrosa residuo del muscolo epitrocleo-olecranico.
Gli eventi traumatici lesivi che possono incidere sono numerosi e si possono riassumere in due grandi gruppi:

  • alterazioni scheletriche di natura traumatica, reumatica, artrosica, infiammatoria, neoplastica;
  • alterazioni delle parti molli articolari o para-articolari di natura meccanica, infettiva, reumatica, neoplastica.

Fra le prime ricordiamo: il gomito valgo post-traumatico, le fratture dell’epitroclea consolidate in viziosa posizione, le osteoartrosi osteofitiche primitive e secondarie. Fra le seconde: l’osteocondromatosi articolare, la periartrite del gomito e le patologie infiammatorie a carattere proliferativo e cicatriziale che spesso imbrigliano il nervo e che sono secondarie a patologie connettivali sistemiche. Il fattore meccanico, il più frequente in assoluto, può essere rappresentato da traumi diretti, microtraumi ripetuti (ad esempio: un tennista che usa racchette con corde troppo tese, gesti sportivi o lavorativi non eseguiti correttamente) o da eccessive sollecitazioni funzionali (soggetti sportivi o lavoratori manuali che compiono ripetutamente lo stesso movimento).
I fattori inerenti al soggetto sono fondamentali, ad esempio individui che praticano per la prima volta sport o lavori manuali o pazienti che, costituzionalmente, manifestano una spiccata reattività dei tessuti mesenchimali ad insulti, con fenomeni di degenerazione ialina o fibroide delle strutture tendinee.
Patologia neuropatica del compartimento laterale
Il nervo coinvolto è il nervo radiale (figura 1), la sintomatologia è un’epicondilalgia da compressione del nervo nel tunnel radiale ed entra in diagnosi differenziale con le patologie di origine ossea (artropatia omero-radiale) e di origine muscolare (tendinopatia inserzionale dei muscoli epicondiloidei). La patologa isolata compressiva del radio non è molto frequente, infatti riveste solo l’8% di tutte le epicondilalgie. Il danno del nervo può realizzarsi più frequentemente in due livelli:

  • nell’arcata fibrosa del muscolo estensore breve del carpo;
  • nell’arcata fibrosa del muscolo breve supinatore.

Il tunnel radiale si estende prossimalmente dalla doccia bicipitale esterna e termina distalmente nel punto in cui emerge il suo ramo motore dal muscolo breve supinatore; dunque è uno spazio anatomico che si descrive tra piano anatomico osteoarticolare e il sovrastante piano muscolare, costituito oltre che dal muscolo breve supinatore anche dal muscolo estensore breve del carpo (arcata di Frose). Il tunnel si divide in tre livelli: superiore, intermedio e inferiore.
Nella porzione superiore il nervo radiale “gode di un ampio spazio”, avvolto da tessuto connettivo di tipo lasso che lo unisce ai muscoli vicini e alla capsula. Tuttavia, insulti microtraumatici possono rendere questo tessuto fibroso e poco estensibile formando briglie aderenziali a danno del nervo, che viene compresso soprattutto durante i movimenti del gomito.
A questo livello il nervo radiale si divide in un ramo sensitivo e in un ramo motorio, quest’ultimo definito nervo interosseo posteriore (NIP). Nella porzione intermedia il NIP stabilisce stretti rapporti con il muscolo estensore breve del carpo che può presentare il margine libero ispessito e fibrotico, in seguito a variazioni costitutive o a esiti di flogosi; la pronazione dell’avambraccio mette in tensione questa aponeurosi, così come l’estensione contrastata del polso. A livello inferiore del tunnel il nervo motore penetra tra i fasci del muscolo breve supinatore, il cui capo superficiale svolge un ruolo primario nella patogenesi dell’epicondilalgia. Infatti si presenta fibroso, in modo più o meno marcato, in 1/3 dei soggetti adulti in seguito a variazioni congenite o, molto più frequentemente, in seguito a movimenti ripetuti di prono-supinazione che ne comportano il sovraccarico. Questa arcata fibrosa, detta di Frose, comprime il nervo nei movimenti di pronazione, movimento che mette in tensione l’arcata, mentre la supinazione lo rilascia. Un’altra sede di compressione, benché rara, è il passaggio tra capo superficiale e capo profondo del muscolo breve supinatore; questa evenienza si realizza soprattutto per una congenita ipotrofia del capo profondo. Tutte le strutture sopra descritte, se ipersollecitate da movimenti ripetuti e sotto carico (lavorativi e/o sportivi) o se subiscono microtraumi continui, possono essere sede di un processo infiammatorio e di conseguenza ledere il nervo.
La diagnosi clinica si basa sulla presenza di deficit motori dei muscoli dipendenti da nervo radiale; il dolore è difficilmente localizzabile con precisione e si presenta sul versante esterno del gomito da cui si irradia all’avambraccio, in particolare lungo la superficie postero-esterna e fino alla mano. Si presenta durante le attività quotidiane, si riacutizza durante la notte, spesso non si attenua con il riposo ed entra in diagnosi differenziale con l’epicondilite da sofferenza muscolo-tendinea e osteo-articolare. Nelle fasi avanzate si manifestano disturbi paretici con diminuzione della forza (ipostenia) durante i movimenti di estensione delle articolazioni metacarpo – falangee e nell’estensione/abduzione del pollice. Il coinvolgimento muscolare è progressivo.
Il dolore evocato tramite la digito – pressione del muscolo supinatore, distalmente al capitello radiale, viene considerato suggestivo di sofferenza neurogena; mentre se localizzato sull’epicondilo è tipico del “gomito del tennista “. Similmente, il dolore provocato dalla supinazione a gomito esteso, mentre l’esaminatore contrasta il movimento, è indicativo di compressione del nervo da parte del breve supinatore. Questi test diagnostici, tuttavia, sono poco specifici per la patologia neurogena in quanto coinvolgono anche le strutture muscolari contigue.
Inoltre, possono presentarsi forme miste nelle quali patologie infiammatorie muscolo – tendinee si sommano a patologie neurogene; infatti, in un’alta percentuale di casi, una tendinopatia inserzionale (causa più frequente di epicondilalgia) può coinvolgere in un secondo momento l’articolazione omero – radiale o/e il nervo interosseo posteriore.
Come già esposto, il nervo contrae rapporti diretti con il muscolo estensore radiale breve del carpo e con il muscolo breve supinatore che sono i maggiori responsabili della patologia compressiva.
Il muscolo estensore breve del carpo si inserisce sulla capsula articolare e sul legamento anulare del radio attraverso una spessa lamina fibrosa. Nelle attività manuali che avvengono a polso esteso, gomito flesso e avambraccio supinato, il muscolo viene sovraccaricato perché non coadiuvato dall’estensore lungo del carpo e dunque si possono realizzare stati flogistici cronici con esiti fibrotici; inoltre nella supinazione la lamina fibrosa dell’inserzione tendinea entra in tensione. Tutto ciò può comportare la compressione e quindi la lesione del nervo interosseo posteriore.
Anche il breve supinatore può essere soggetto a processi infiammatori da iperutilizzo in seguito ad attività quotidiane e/o lavorative, soprattutto durante i movimenti di supinazione a gomito esteso (poiché in tale movimento non è coadiuvato da altri muscoli, a differenza dei movimenti a gomito flesso durante i quali entrano in gioco il muscolo bicipite e il lungo supinatore).
Il breve supinatore per i rapporti anatomici che stabilisce con l’epicondilo (dove si inserisce con il capo superficiale), con il collaterale esterno e anulare (in corrispondenza dell’articolazione omero radiale), con la capsula e con il nervo stesso (nell’arcata di Frose) può riunire in un unico quadro morboso la patologia neurologica, muscolo – tendinea e articolare.
Le neuropatie secondarie a malattie dismetaboliche, tossiche o infettive si differenziano per l’interessamento plurifocale e simmetrico delle lesioni, soprattutto in stadi avanzati.
Il trattamento chirurgico si effettua nei quadri resistenti a terapia conservative e prevede l’esplorazione del tunnel radiale: si raggiunge il piano nervoso, si isola il nervo e si libera il suo tragitto, in particolare effettuando la sezione longitudinale dell’arcata di Frose. L’accesso può avvenire per via posteriore, che prevede l’incisione parallela al decorso del nervo radiale e la dissecazione dell’estensore radiale breve del carpo ed estensore comune della dita, o per via antero – laterale epicondilo – stiloidea con incisione a “s”.
Patologia neuropatica del compartimento mediale
La patologia compressiva del nervo ulnare (figura 2) si può realizzare in corrispondenza di due possibili siti:

  • la doccia epitroclea-olecranica;
  • l’arcata fibrosa del muscolo flessore ulnare del carpo.

Al livello della doccia il nervo è ben vascolarizzato ed è avvolto da tessuto cellulare lasso; la compressione può avere origini congenite (cubito valgo, ipertrofia del legamento epitrocleo – olecranico, iperlassità dei legamenti così da facilitare la sublussazione del nervo al davanti dell’epitroclea) o acquisite (esiti di traumi o patologie degenerative, artrite reumatoide, borsiti).
Tuttavia la causa più frequente di compressione è la patologia da iperutilizzo del compartimento mediale, in particolare del muscolo flessore ulnare del carpo che subisce un’ipertrofia dell’inserzione prossimale in seguito a movimenti ripetuti, lavorativi o sportivi.
Tra le due possibili sedi di compressione del nervo, dunque, la seconda rappresenta la causa principale. La comprensione del meccanismo fisiopatologico è imprescindibile dalla conoscenza anatomica dei distretti: il nervo dalla zona posteriore del braccio assume una posizione mediale nel suo decorso inferiore, attraversando nella regione del gomito il tunnel ulnare. Esso è un canale osteofibroso di forma triangolare costituito, in avanti, dalla regione posteriore dell’epitroclea, indietro, dalla faccia mediale dell’olecrano ed esternamente dal legamento epitrocleo-olecranico. Inferiormente, il canale è formato dal piano olecranico e dal legamento collaterale interno del gomito, che ne rappresentano il pavimento, e dai capi di inserzione del muscolo flessore ulnare del carpo sull’epitroclea e sull’olecrano, che ne formano il tetto. I suddetti capi tendinei sono attraversati da un’arcata fibrosa, detta arcata di Osborne, che continua con il legamento epitrocleo – olecranico.
Nella prima parte del canale il nervo è avvolto da tessuto connettivale lasso e scorre sulla regione posteriore dell’epitroclea per mezzo di una borsa sierosa che previene eccessive compressioni durante i movimenti del gomito; la seconda porzione del canale rappresenta l’uscita del nervo dalla regione del gomito, che continua il suo decorso nell’avambraccio.
Durante i movimenti del gomito, per ogni 45esimo grado di flessione, il nervo si allunga di circa 5 mm a causa delle forze di tensione a cui esso è soggetto e viene traslato anteriormente e internamente rispetto alla doccia olecranica – epitrocleare. La sub-lussazione risulta particolarmente gravosa in corrispondenza del tunnel ulnare, dove viene compresso dal capo epitrocleare del flessore ulnare del carpo durante la sua contrazione. Quest’ultimo, già in condizioni fisiologiche, esercita sul nervo ulnare compressioni e stiramenti che possono condurre, in seguito a gestualità continue e sotto carico, a processi fibrotici peri e intraneurali. Inoltre, il canale cubitale durante la flessione del gomito si riduce normalmente di circa 2,5 mm sia in altezza che in volume con un incremento sino a sei volte della pressione idrostatica al suo interno.
Dunque, il nervo ulnare a questo livello subisce piccoli spostamenti fisiologici in rapporto ai diversi movimenti del gomito ed è particolarmente vulnerabile ad eventuali restringimenti fibrotici del canale che attraversa.
Il quadro clinico è caratterizzato da sofferenza sensitivo-motoria del nervo ulnare: i disturbi sono inizialmente di tipo irritativo con riduzione della sensibilità e parestesie parossistiche a carico del territorio innervato, in particolare con sede elettiva sul quinto dito. Successivamente i sintomi si accentuano con dolore, iniziale deficit muscolare e ipotrofia dei muscoli della regione dell’ipotenar e muscoli interossei; all’ispezione si evidenzia spesso, quale segno precoce, l’amiotrofia del primo spazio interosseo (figura 3).

Nelle fasi avanzate l’ipostenia e l’ipotrofia muscolare sono marcati, realizzandosi la cosiddetta mano ulnare; la riduzione della forza è accentuata durante le prese bidigitali pollice – indice (segno di Froment). E’ possibile ricercare con la palpazione e percussione i punti più dolorosi ed eseguire la flessione forzata del gomito che evoca dolore intenso.
La diagnosi differenziale si pone con patologie che comportano compressioni nervose in differenti siti dell’arto superiore: la radicolite C8 – T1, secondaria ad artrosi o discopatia, la sindrome del canale di Guyon e la sindrome compressiva vascolo – nervosa nel passaggio cervico – ascellare (o costo – clavicolare) definita Out Let Syndrome.
I caratteri clinici tipici delle radicoliti e i deficit motori periferici, rispettivamente nel primo e nel secondo caso, sono di ausilio per distinguerle dalla sindrome canalicolare al gomito. Nel terzo caso, depongono a favore della diagnosi di O.L.S.: il sesso femminile, l’associazione frequente con l’ipercifosi dorsale, il dolore evocato nell’abduzione dell’arto, parestesie a carico non solo della mano, come nelle compressioni al gomito, ma anche dell’avambraccio.
Gli esami strumentali sono dirimenti al fine di un corretto inquadramento diagnostico e nella diagnosi differenziale: l’elettromiografia mostra la sofferenza neurogena dei muscoli intrinseci della mano innervati dall’ulnare (potenziali di denervazione) e il rallentamento della conduzione; gli esami radiografici forniscono importanti informazioni su possibili alterazioni ossee, specie della doccia epitrocleo – olecranica.
La terapia medica e fisica è proponibile in stadi iniziali della malattia, con riposo funzionale ed ortesi che riducono le tensioni a carico del nervo. Negli stadi avanzati (fase 2 e 3 di Mc Gowan) è necessario l’approccio chirurgico che ha come fini l’eliminazione della causa compressiva e il miglioramento della circolazione peri ed endoneurale.
Fondamentale risulta:

  • la sezione del legamento epitrocleo – olecranico;
  • la sezione dell’arcata fibrosa nel flessore ulnare del carpo, che deve essere ampia e prolungata distalmente;
  • la neurolisi con epinerviotomia anteriore longitudinale a livello del flessore ulnare del carpo.

In soggetti con gomito valgo, recidive, neuropatie inveterate o frequenti sublussazioni del nervo nella flessione del gomito si rende necessaria la trasposizione anteriore del nervo: si libera il nervo dal fondo della doccia, conservando i tessuti lassi perineurali ricchi di terminazioni vascolari e nervose, e si trasloca tra i fasci muscolari del flessore ulnare del carpo, così da essere adeguatamente protetto dalle strutture ossee.
Valutazione clinica e trattamento
Il sintomo cardinale è il dolore cronico localizzato all’epicondilo o all’epitroclea con frequenti irradiazioni distali; si accompagna a parestesie e la sua topografia non sempre è ben definita per l’origine spesso plurifocale. Infatti molti soggetti presentano quadri morbosi misti dove l’interessamento delle varie strutture si manifestano sia contemporaneamente che in successione temporale. Il dolore insorge gradualmente con remissioni e riacutizzazioni in relazione all’impegno funzionale, può essere esacerbato con la palpazione o con manovre di estensione e flessione del polso contro resistenza (stretching test). Il dolore vivo sarà evocato nella regione mediale, nell’epitroclealgia, e nella regione laterale, nell’epicondilalgia; in quest’ultimo caso si evoca dolore anche con l’estensione contrastata del terzo dito ed è tipica l’esacerbazione dei sintomi durante i movimenti di prensione.
L’anamnesi occupazionale è fondamentale: sono necessarie informazioni su attività professionali e/o ricreative a rischio di over-use. La cronistoria dei sintomi può essere utile per identificare il “primum movens” e di conseguenza i tessuti interessati; la gravità può essere giudicata in base alla relazione dei sintomi con l’attività, sia dopo che durante, e con il riposo. E’ importante determinare la sede, le caratteristiche, le irradiazioni, i fattori aggravanti e quelli che alleviano la sintomatologia.
L’esame obiettivo comprende l’ispezione, la palpazione, le prove di movimento e la valutazione neurologica, verificando inoltre se il sovraccarico abbia danneggiato segmenti limitrofi; pertanto il collo, la spalla e il polso devono essere esaminati con attenzione e confrontati con l’arto controlaterale. Gli esami strumentali: radiografia, risonanza magnetica e in particolare l’elettromiografia, che mette in evidenza il livello della lesione, risultano spesso fondamentali per indirizzare una corretta diagnosi.
La terapia si fonda sul trattamento:

  • medico: crioterapia, riposo funzionale, farmaci antiedemigeni, somministrazione sistemica o locale di farmaci antiflogistici (fans o cortisonici). La somministrazione locale di cortisonici è spesso molto efficace e deve essere effettuata fra sottocute e inserzione tendinea, avendo cura di non infiltrare direttamente il tessuto tendineo;
  • fisioterapico: soprattutto ultrasuoni ed educazione posturale e di corretta gestualità;
  • ortopedico conservativo: apparecchi gessati a valva o tutori che immobilizzano per alcune settimane l’articolazione a 90° e il polso in posizione neutra. In questo modo si riducono le sollecitazioni funzionali sulle strutture muscolo – tendinee;
  • chirurgico: si avvale di numerose tecniche che si prefiggono l’eliminazione della noxa patogena e la prevenzione delle recidive. L’esplorazione dei piani muscolari, la neurolisi, la sezione delle lamine aponeurotiche comprimenti rappresentano i fondamenti. E’ possibile in certi casi effettuare la traslazione dei tronchi nervosi o delle strutture muscolo – tendinee allo scopo di proteggere tali strutture da eventi traumatici o compressivi e facilitare la scorrevolezza dei piani anatomici, così da evitare aderenze.

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