Danilo Casali, Fisioterapista – Riccardo Vaccaro, Fisioterapista

 

Fibromialgia o fibromialgie, il quadro clinico è complesso
Tutti i colleghi che hanno gestito casi di Pazienti fibromialgici sono a conoscenza delle difficoltà che accompagnano la loro valutazione funzionale, i cui risultati sono molto spesso senza quelle corrispondenze tipiche, se analizziamo questi casi cercando rigidità mio-fasciali e restrizioni della mobilità articolare. Pur attuando meticolose osservazioni ed accurato ragionamento clinico, se applichiamo esclusivamente una chiave di lettura meccanica, non sempre è possibile evidenziare una logica per decodificare questi polimorfi quadri clinici. I costanti sintomi associati ed esterni all’area muscolo-scheletrica, confermano questa ipotesi.
Nella realtà quotidiana esistono poi numerose storie simili, per le quali il percorso diagnostico non permette di chiarire sistematicamente la situazione. Un caso tipico potrebbe essere la lombalgia comune senza alterazioni della conformità strutturale quando, ad esempio, i dolori si manifestano la notte senza nessun parametro flogistico presente. Potremmo citare casi di pseudo-nevralgie prive di segni di compressione radicolare o sofferenza neurologica, oppure i dolori del tipo “morning-stiffness” senza artrosi, nonché dolori bilaterali cervicali “detti tensivi”, che non rispondono a vari approcci terapeutici.

 

La necessità di ampliare il campo di investigazione
La nostra categoria negli ultimi decenni ha indubbiamente beneficiato di una crescita, guadagnata sul campo attraverso un impegno costante in vari ambiti, che ha permesso di migliorare la dimensione professionale ed il sapere collettivo. Per questo fine il rispetto dei criteri EBM/EBP è fondamentale: permette di mantenere il filo conduttore dell’evidenza scientifica quando siamo di fronte a fenomeni patologici, per i quali è doveroso proporre percorsi terapeutici validati.
Questo articolo nasce però con l’intento di insinuare qualche dubbio in tutti coloro che si sono resi conto che il “think mechanically” non è sempre sufficiente. Non a caso alcuni autori, coscienti di questa limitazione, hanno sviluppato teorie e tecniche che oggi rientrano nel panorama formativo, seppure non sottoposte a percorsi di validazione ufficiale.

 

Il punto di vista di Roland Solère
In questo spazio, per il quale ringraziamo i colleghi della Redazione di Fisiobrain, proponiamo a tutti coloro che condividono il dubbio sopra citato, un lavoro che nasce da un’esperienza differente, ancora sottostimata rispetto alle possibilità terapeutiche potenzialmente applicabili, che porta il nome di Roland Solère: collega francese dalle doti non comuni nel campo delle osservazioni cliniche, nella biodinamica dei sistemi e nel pragmatismo.
Al di là delle successive implicazioni di natura formativa e commerciale, nel momento in cui ammettiamo l’esistenza di dolori/disturbi apparentemente non spiegabili senza cercare la solita interpretazione psicologica/psicosomatica, abbiamo fatto il primo passo per chiederci se possa esistere un’alternativa chiave di lettura rispetto a ciò che ogni fisioterapista applica quotidianamente.
L’enorme lavoro svolto da Roland Solère in questo ambito, utilizzando concetti e principi noti, ha permesso di mettere su assi cartesiani un differente procedimento di valutazione che può aprire verso una realtà solo apparentemente lontana. La metodologia, comprensibile dal punto di vista medico ed accettabile sul piano scientifico, non ha nulla di simile a certe “derive settarie” che talvolta si riscontrano per forzare le spiegazioni a supporto di una teoria.

 

Elementi abitualmente non considerati o non compresi
Per fare il primo passo verso l’utilizzo degli gli argomenti oggetto della nostra discussione, invitiamo tutti i colleghi che con professionalità e passione operano nella sfera dei disordini muscolo-scheletrici, a rilevare altri dati durante la propria valutazione funzionale, integrandola con alcune caselle da barrare (vedi tabella) che, in caso di mancata o molto parziale risposta al trattamento manuale, devono accendere il semaforo arancione per rallentare (o meglio riflettere), considerando un differente approccio.

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La presenza di alcuni dei punti sopra indicati deve orientare verso una valutazione differente. Nel caso in cui la metodologia permetta di riconoscere le componenti di quella che per ora possiamo denominare “sindrome disfunzionale non meccanica”, il trattamento può essere attuato con un modello terapeutico di natura non farmacologia appartenente al Referenziale del Metodo Solère.
Attraverso lo schema dei tre cerchi e l’integrazione di nuove conoscenze, è più semplice analizzare sintomatologie multiple, comprendendone le possibili origini ed individuando le componenti del problema, che potranno essere spiegabili attraverso un supporto di costrizione ed un vettore di disfunzione. Questo permetterà di fornire coordinate ben definite a quelle che, genericamente, potrebbero rimanere solo modalità di sofferenza mal comprese da qualsiasi interlocutore che non possiede la giusta chiave per decriptare una serie di segni.
Valutazione funzionale e ragionamento clinico devono permettere di individuare, dopo aver appurato la possibilità di intervenire senza controindicazioni, uno specifico modello terapeutico non farmacologico. Si tratta di uno schema di trattamento, meno rigido di un protocollo, composto da tecniche manuali o stimolazioni reflessogene per ripristinare una norma di funzionamento in uno o più sistemi, applicate in loco e/o a distanza dal luogo di percezione del dolore. Nel caso in questione, quando le sindromi disfunzionali sono “non meccaniche”, il trattamento utilizzerà aree reflessogene usate anche in agopuntura, nel totale rispetto delle competenze definite nel profilo professionale del fisioterapista. In estrema sintesi, un modello terapeutico indica quali segni e sintomi dovranno essere presenti per giustificare il suo utilizzo, rendendo molto più semplice la gestione di numerosi casi.
Stabiliti il supporto di costrizione ed il vettore di disfunzione su cui è organizzata quella determinata sindrome dolorosa, il trattamento prevede normalmente 2/3 sedute, che dovranno produrre un sensibile beneficio sul quadro clinico. L’adeguata gestione delle componenti permette un’azione che va ben oltre quella sintomatica. I tempi di trattamento sono evidentemente diversi dalla rieducazione: non stiamo parlando di lesioni legamentose ad un ginocchio o di una frattura vertebrale, patologie per le quali il fisioterapista dovrà continuare a considerare i criteri della riabilitazione. Nel nostro caso invece, il risultato ottenuto dopo pochissime sedute potrà confermare sia la validità del modello di analisi, che quella dello stesso modello terapeutico. Questo modo di operare, quando è possibile applicare tale metodo, porta alla riproducibilità dei trattamenti: parametro fondamentale per proporre iter allineati alle necessità di evidenza scientifica.

 

In conclusione
Abbiamo cercato di rappresentare una breve proiezione della metodologia di analisi e trattamento insite nella Rééquilibration Fonctionnelle – Méthode Solère®, alternativa terapeutica in grado di rinnovare la dimensione professionale del fisioterapista nella gestione dei disordini muscolo-scheletrici e nelle sempre più crescenti polialgie idiopatiche diffuse, nelle cui file rientra anche la fibromialgia.
Per ricondurre ora il tema ad un altro problema più che mai quotidiano, come la lombalgia comune, rileviamo come per questo particolare tipo di disturbo, la cui diffusione comporta un notevole impatto sui costi del sistema socio-sanitario, il Metodo Solère proponga ben 26 modelli terapeutici di natura non farmacologica, di cui:
• 12 ascrivibili a disfunzioni meccaniche articolari
• 3 riconducibili ad implicazioni funzionali viscerali, reversibili e trattabili dal fisioterapista.
• 11 “decriptati” attraverso una chiave di lettura “non meccanica”, utilizzando conoscenze reali e soprattutto di immediato utilizzo.
Una sola lettura dei dati provenienti da parametri sulla mobilità articolare e sulle rigidità miofasciali è, senza il minimo dubbio, un’osservazione limitata dei pazienti, il cui racconto include sovente informazioni che devono essere raccolte. Se domani ognuno riuscirà ad osservare lo stesso individuo che aveva già in trattamento con “occhi nuovi”, allora saremmo certi di aver fornito un piccolo contributo.

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