piede

Il termine “piede torto congenito” comprende un gruppo di malformazioni del piede di entità variabile che hanno come caratteristica comune una deviazione degli assi anatomici con conseguente modificazione dei normali punti di appoggio ed alterazione della funzione.
E’ importante distinguere il piede torto idiopatico, non associato a cause specifiche, da quello secondario, legato ad eventi patologici quali artrogriposi, distrofie muscolari congenite, spina bifida ecc. Il piede torto idiopatico costituisce la grande maggioranza dei casi, e colpisce 1,24 soggetti su 1000 nati.
In rapporto alla alterazione morfologica vengono distinte diverse varietà: le più frequenti sono il piede equino-varo-addotto-supinato (85% dei casi), il talo-valgo (10%) e il metatarso-addotto (5%). In generale, quando si parla di piede torto congenito ci si riferisce sempre alla varietà più frequente.
Il piede torto presenta una incidenza maggiore nei maschi rispetto alle femmine (rapporto 3:1); nel 50% dei casi è bilaterale e si può presentare come deformità isolata o associata ad altre anomalie dell’apparato locomotore, come torcicollo miogeno, lussazione congenita di ginocchio, displasia congenita d’anca, della quale ne rappresenta spesso l’elemento spia. L’anomalia ha tendenza a recidivare sino all’età di 5-7 anni.
Le cause del piede torto non sono del tutto note, ma è plausibile una etiopatogenesi multifattoriale. E’ stata riscontrata familiarità per questa condizione in circa il 15 % dei casi così come è stata avanzata l’ipotesi che durante il periodo embrionale, un evento patologico possa avere agito impedendo il normale processo di maturazione del piede. La causa più frequente di piede torto è quella meccanica, che prevede la possibilità che svariate condizioni uterine (briglie amniotiche, oligoidramnios, cordone ombelicale, neoplasie uterine, ecc) o fetali (microsomia, parti gemellari, ecc), possano aver determinato un alterato rapporto tra contenente (utero) e contenuto (feto). In questi casi è più opportuno parlare di malposizione che di malformazione congenita e la prognosi è sicuramente migliore.
Clinicamente la deformità è facilmente riconoscibile già dalla nascita anche se l’affinamento delle tecniche di ecografia ostetrica consente di fare diagnosi già in epoca prenatale. Inizialmente le alterazioni sono a carico dei tessuti molli (tendini, capsule, legamenti), che posteriormente ed internamente si presentano retratti; solo successivamente, con il persistere dell’alterazione dei normali rapporti degli abbozzi cartilaginei del piede, in assenza di adeguata terapia, si verifica il coinvolgimento del tessuto osseo con conseguente anomalo appoggio del piede, danno funzionale alle strutture anatomiche più prossimali (ginocchio, anca e colonna) e turbe della deambulazione.
La diagnosi si basa esclusivamente sul quadro clinico, avendo l’esame radiografico, almeno inizialmente, un valore limitato per la presenza di cartilagine che nei primi mesi di vita extrauterina non si è ancora ossificata. La radiologia convenzionale e la risonanza magnetica, comunque, possono fornire informazioni utili per quanto riguarda la morfologia delle singole ossa così come l’indagine ecografica per la valutazione dinamica del piede torto.
Dal punto di vista classificativo, a seconda della possibilità di correggere l’anomalia ed in base all’entità angolare del varismo, si distinguono tre gradi.
Il trattamento almeno inizialmente è conservativo, ma può divenire cruento se il risultato funzionale non è soddisfacente (appoggio plantigrado non ottimale, scarsa mobilità, o presenza di sintomatologia dolorosa); esso si basa sull’esecuzione di modellamenti manuali a tappe, tendenti a correggere le deformità, e sul confezionamento di apparecchi gessati femoro-podalici che devono essere rinnovati settimanalmente. Tali manovre correttive devono essere graduali per evitare danni ai nuclei di accrescimento, consentendo nello stesso tempo l’adattamento delle strutture vasculo-nervose alle nuove posizioni.
Il periodo utile per eventuali interventi chirurgici deve iniziare non appena ci si rende conto che la deformità non cede al modellamento manuale.
Lo scopo del presente lavoro è stato quello di rivedere la letteratura internazionale sull’argomento e di valutare i diversi tipi di approcci non chirurgici al trattamento del piede torto congenito al fine di individuare eventuali differenze nei risultati, in termini di efficacia.

Giorgia Martina Costanzo
Tesi di Laurea in Fisioterapia
Università degli Studi di Catania
Anno Accademico 2005/2006

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