Roberto D’Anca, Fisioterapista
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Imperia

paralisi cerebrale infantileLa vista che serve per afferrare, quella che serve per camminare, oppure per leggere non possono essere considerate della stessa natura. Per ogni funzione il sistema visivo offre uno specifico contributo; infatti la vista che serve per “riconoscere gli oggetti” ha ben poco a che vedere con altre funzioni visive; l’identificazione di oggetti è dunque riconoscimento di forme o di dettagli, ma è da subito capacità di integrare l’osservazione visiva con l’analisi del contesto in cui è immerso l’oggetto.
La visione d’oggetti e la visione panoramica vengono considerate anatomicamente e funzionalmente separate. Se per la prima si utilizza il sistema occipito-temporale, per la seconda è invece il sistema occipito-parietale ad essere coinvolto, pur riguardando aspetti essenziali della visione d’oggetto. Tale concetto non è solo importante nell’ambito delle ricerche neurofisiologiche e neuropsicologiche sul sistema visivo, ma può assumere notevole valore ai fini riabilitativi e circa l’interpretazione del recupero spontaneo. Il neonato può riuscire a controllare il capo in epoca precocissima, se utilizza la vista. Ad esempio nella “manovra di trazione” (sollevamento del neonato da supino a seduto traendolo per le mani) essa permette il sollevamento, il controllo del capo e l’allineamento capo-tronco, soprattutto se l’esaminatore mantiene un continuo rapporto occhio ad occhio; lo sguardo, quindi, “dirige” il movimento del capo, facilitandone il controllo e l’allineamento. Reciprocamente, un buon controllo del capo favorisce un buon utilizzo della vista ed il riconoscimento e l’uso degli oggetti. Il fine dell’esplorazione visiva è la percezione: il movimento saccadico serve per raccogliere informazioni visive; d’altra parte, esse influenzano le modalità dell’esplorazione stessa cosicché il “guardare e vedere”, oppure il “guardare per vedere”, o ancora “vedere e guardare” oppure “vedere per guardare”, sono soltanto aspetti e formule apparentemente diversi. Fin da subito il neonato incomincia ad “organizzare” le sue attività, cioè ordina le sequenze dei movimenti rispetto al raggiungimento di uno scopo, producendo così “una strategia di risposte ai fini adattivi”. Per tale motivo da alcuni studiosi il sistema visivo viene considerato un “occhio intelligente”, ossia uno strumento attraverso il quale il cervello può continuamente riadattarsi al cambiamento del contesto in cui si trova. Infatti secondo la teoria di Piaget alla fase neonatale, caratterizzata da un’attività puramente riflessa, fa seguito uno stadio in cui l’attività sensopercettiva e motoria si configura con un tipo di intelligenza particolare (definita appunto “sensomotoria”) che presenta alcune peculiari caratteristiche: è costituita da una serie di apprendimenti riguardanti schemi di natura neurofisiologica e riferibili in gran parte alla sfera visiva e non è compatibile con un’attività mentale separata dalla percezione e dalla motricità.
Lo sviluppo visivo non è più stato considerato come un fenomeno relativamente isolato e scandito al proprio interno da cambiamenti quantitativi, ma si è dimostrato un processo molto discontinuo, caratterizzato da importanti variazioni qualitative ed inscindibilmente legato all’intera evoluzione percettiva, motoria e neuropsichica. Una delle acquisizioni più interessanti concerne proprio l’interazione tra occhio e cervello: non più un occhio “che vede” al servizio di un cervello “che pensa”, ma un ben diverso modello concettuale, che attribuisce alla funzione visiva un ruolo strutturante nei confronti dell’organizzazione neurosensoriale e dei processi che la sostengono. Un sistema visivo che non serve solo a “vedere” trova dunque notevole applicazione nella riabilitazione del bambino affetto da paralisi cerebrale infantile. In primo luogo per le difficoltà che il soggetto incontra nell’organizzare le sue esperienze di conoscenza e di adattamento al mondo che lo circonda e, inoltre, perché una corretta stimolazione di tale canale sensoriale permetterà al bambino di acquisire o migliorare capacità fondamentali per la vita quotidiana come il controllo del capo e del tronco e la coordinazione occhi-capo. Oltre al campo visivo si possono ottenere benefici anche in ambito relazionale poiché il bambino tramite lo sguardo comunica i suoi bisogni, il suo stato d’animo e le sue preferenze. Diventerà importante per il riabilitatore analizzare le strategie che possono essere apprese, modificate e analizzate dal bambino grazie a processi cognitivi che integrano le informazioni dei diversi canali sensoriali, in particolare quello visivo e vestibolare per la costruzione di uno “sguardo funzionale”.
Lo scopo della tesi è, dunque, valorizzare la funzione visiva e inserirla nel piano di trattamento come strumento riabilitativo attraverso l’osservazione di due casi di bambini con Paralisi Cerebrale Infantile, seguiti presso il Centro pediatrico di Riabilitazione Motoria dell’Ospedale di Imperia per un periodo di sei mesi. Tramite l’utilizzo di una scheda di valutazione del sistema funzionale dell’esplorazione visiva vengono osservate le abilità visuo-motorie dei due bambini. Il percorso riabilitativo della sperimentazione proposta fa riferimento all’Esercizio Terapeutico Conoscitivo, in quanto tale teoria afferma che la qualità di recupero mediante l’utilizzo di processi cognitivi attivati porta alla riorganizzazione post-lesionale, fine ultimo della riabilitazione. L’intervento terapeutico che ho condotto si è basato su una condizione di problem solving, ponendo ai due pazienti una richiesta all’interno di ogni esercizio per far si che la loro esplorazione visiva fosse globale e, di conseguenza, non solo interessata a ciò che prediligono, ma utile per l’apprendimento.

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