#fisiobrain16 – Con la speranza di diventare fisioterapisti migliori

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Quando, anni fa, mi fu chiesto dagli amministratori del forum di FisioBrain di partecipare al loro 5° Gruppo di Studio sulla spalla, davanti ai miei tentennamenti e dubbi circa la mia mancanza di esperienza nel parlare ad una platea di colleghi, fui convinto dalla seguente frase: “Stai tranquillo, sarà come essere in un gruppo di amici”.
Presi alla lettera il suggerimento e accettai ma per sdrammatizzare, visto che in fondo si trattava di un incontro tra amici, mi presentai sul palco in pantaloni corti e scarpe da jogging, visto che era giugno. Salvo poi scoprire che “il gruppo di amici” erano 80 partecipanti paganti, e i relatori venivano da ogni parte d’Italia, vestiti in doppiopetto e scarpe di coccodrillo.
Da allora sono passati 5 anni, e i colleghi di FisioBrain sono diventati amici.
 
Da allora comunque, quando ogni anno è ora di partecipare come relatore al Congresso di FisioBrain, il pensiero che prima o poi mi viene è: “Perché mai uno dovrebbe essere interessato a sentire proprio quello che ho da dire io?”.
Con tutta la facilità con cui è possibile reperire informazioni e letteratura aggiornata al giorno d’oggi, per quale motivo uno dovrebbe sobbarcarsi centinaia di chilometri di auto per venire ad ascoltare un gruppo di colleghi di cui fatica a conoscere i nomi?
Addirittura, quando è ora di iniziare a decidere la data e l’argomento del convegno, molti amici di FisioBrain ricordano quante volte ho espresso dubbi sull’opportunità di organizzare un convegno annuale, in particolare quando è difficile trovare argomenti “nuovi” e stimolanti. Spesso mi sono chiesto, e ho chiesto a loro, quale fosse il senso di fare un convegno o congresso o gruppo di studio, in qualsiasi modo vogliamo chiamarlo, quando sembrava che non ci fosse niente di nuovo da dire. Di anno in anno il problema è stato parzialmente risolto chiamando il convegno: “Clinical Expertise”. Non occorre che porti degli argomenti rivoluzionari o accattivanti, non devi per forza produrre un paradigm shift ogni anno: non è a questo che serve il convegno. Tu devi semplicemente proporre come lavori tu, come hai utilizzato le evidenze per plasmare la tua pratica clinica, come hai modificato nel tempo quello che fai per ridurre gli insuccessi, quello che hai imparato di nuovo per aumentare i successi.
A parole, sembra facile. Ma la domanda: “Perché mai dovrebbe essere interessante quello che ho da dire io?” è sempre dietro l’angolo, ad alimentare dubbi e minare certezze.
 
Poi però, succede.
 
Succede che durante i due giorni del convegno ti fermino alcuni colleghi e ti dicano che hanno cominciato ad utilizzare le cose che hanno imparato al tuo corso e si siano trovati bene.
Succede che durante la discussione al termine delle relazioni qualcuno dalla platea dica che lui c’era anche al convegno Fisiobrain dell’anno precedente, e che nel frattempo, per le cose sentite l’anno prima, abbia provato a lavorare in modo diverso.
Succede che nei giorni successivi molti dei relatori abbiano ricevuto mail di complimenti ma soprattutto richieste di materiale didattico, degli articoli citati, di delucidazioni sugli argomenti ascoltati. In sostanza, succede che, a dispetto della domanda che mi affiora, qualcuno reputi davvero utile e interessante quello che noi facciamo quotidianamente con i nostri pazienti.
Ma fin qui, in fondo, niente di particolare: è quello che bene o male succede ad ogni corso o convegno.
La cosa che mi ha davvero fulminato è un’altra: che molti partecipanti percepiscono i relatori e lo staff di FisioBrain come un tutt’uno. E in effetti è così, hanno perfettamente ragione: è come se tutti gli argomenti trattati nelle relazioni avessero un filo conduttore, una visione d’insieme che si rifà allo spirito fondante di FisioBrain, quello di diffondere una cultura della fisioterapia, un certo modo di vedere la professione. E così, pur tra mille differenze, tutti i relatori sembrano parlare una lingua comune. E così, durante la discussione alla fine delle relazioni, mentre rispondevamo alle domande, mi è arrivata chiara la percezione, quasi fisica, che tutti noi fossimo allineati lassù a difendere una sorta di Modello FisioBrain davanti alla platea tutta, protesa alla ricerca di conferme, che noi cercavamo di dargli.
Ho scoperto poi che ci sono colleghi che seguono i convegni di Fisiobrain da 3-4 edizioni: come ha detto qualcuno, colleghi che si fidano di noi. Ho scoperto che per molti partecipanti, Fisiobrain, dal nome di un sito web, si è trasformato nel nome di un evento, inglobando, in una sorta di metonimia, il termine convegno. E così senti dire: ”Quando ci sarà il prossimo FisioBrain?”, oppure “Bravissimi, mi avete distrutto all’ultimo FisioBrain!”.
 
E allora ho capito qual è il senso di fare un convegno così, anche se non ci sono sempre argomenti nuovi, sconvolgenti e rivoluzionari: a molte persone piace stare lì ad ascoltarci, mentre noi discutiamo di quello che facciamo quotidianamente, senza la pretesa di possedere tutte le certezze e le risposte, ma anzi, facendo venire dubbi e ulteriori domande, esattamente come se fossimo a un incontro di amici, come mi era stato detto cinque anni fa. Quindi, alla fine, quello che facciamo di routine nei nostri studi, oppure quello che insegniamo ai corsi o all’Università, o quello che scriviamo o leggiamo di fianco al camino, senza pretesa alcuna se non di rilassarci un po’ e mettere assieme i pezzetti del mosaico, per qualcuno può diventare uno stimolo a lavorare diversamente, a mettere in discussione lo status quo, a cambiare la visione d’insieme.
Così se alla fine “del FisioBrain” qualcuno torna a casa anche con una sola delle tante risposte che cercava, o al contrario con qualche dubbio in più, o con la voglia di approfondire un argomento, un autore mai sentito, la curiosità di leggersi un paio di articoli che non ricordava, una tecnica nuova, una citazione ad effetto ideale per quel suo paziente con il mal di schiena, e quindi, citando semplicemente il motto di FisioBrain, con la speranza di diventare fisioterapisti migliori, allora capisci che ne vale la pena. E che, essendo nello spirito una discussione tra amici, il prossimo anno puoi metterti di nuovo i pantaloni corti.
 
Samuele Graffiedi, Fisioterapista