Instabilità d’anca, aspetti clinici e trattamento: revisione narrativa

Emanuele Volpi – Fisioterapista, OMT

 

1La diagnosi di instabilità di anca, assieme alla lassità capsulare, è una condizione relativamente nuova ed emergente. Anche se non di comune identificazione, l’instabilità di anca sta diventando una sorgente riconosciuta di dolore e disabilità nei pazienti (Bayer and Sekiya, 2010; Shindle et al, 2006). L’instabilità di anca è un problema comune tra gli atleti e la lassità capsulare può essere la causa sottostante di instabilità dinamica (Philippon et al, 2007).
L’articolazione dell’anca è intrinsecamente stabile grazie a profondità e conformazione delle superfici articolari di acetabolo e testa del femore. Nonostante la stabilità fornita dall’anatomia ossea, i tessuti molli (capsula articolare, legamenti e labbro acetabolare) che circondano l’articolazione contribuiscono alla stabilità lungo l’arco di movimento.
Carenze nei tessuti molli che circondano e supportano l’anca possono causare franca o sottile instabilità e possono portare a dolore debilitante e disfunzione (Smith and Sekiya, 2010).
L’instabilità di anca consiste in una quantità eccessiva di movimento di traslazione nell’articolazione tra femore e acetabolo, in aggiunta al movimento di rotazione che normalmente avviene tra le superfici articolari (Bowman et al, 2010). In maniera simile a quanto riguarda l’instabilità di spalla, per l’anca questa entità può comprendere una varietà di patologie e non un singolo significato, coinvolgendo uno spettro di condizioni che va dalla microinstabilità alla sublussazione e in casi estremi può risultare in una lussazione completa (Boykin et al, 2011).
Il presente studio ha come obiettivo indagare quali possano essere gli aspetti clinici derivanti dai quadri patologici relativi a questa condizione, in modo da poter inserire l’instabilità d’anca tra le ipotesi diagnostiche da considerare nel caso di pazienti con problematiche di questo tipo. Comprendere come le alterazioni della biomeccanica dell’articolazione dell’anca, conseguenza delle alterazioni strutturali e tissutali che caratterizzano questa entità patologica, si possano manifestare nelle disfunzioni di movimento dei pazienti risulta molto utile per il fisioterapista. Inoltre si vuole capire come la valutazione funzionale del fisioterapista possa integrare il processo mediante il quale i chirurghi arrivano alla diagnosi di instabilità d’anca, basato su anamnesi, esame fisico, indagini diagnostiche e iniezioni intrarticolari, al fine di elaborare il ragionamento clinico che permette di definire il programma di trattamento più appropriato per il paziente. Ed infine se esistano in letteratura indicazioni su quali siano i trattamenti più efficaci per questo tipo di condizione patologica.
L’abilità di ottimizzare il controllo dei movimenti dell’articolazione nei pazienti è intrinsecamente collegata con la capacità del fisioterapista di valutare i deficit e definire un programma di gestione che si indirizzi in maniera adeguata alle specifiche alterazioni dei muscoli in termini di forza, pattern di attivazione e soprattutto di funzionalità (Grimaldi, 2012).

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