Karibu: benvenuti in Kenya

L’occasione di fare una simile esperienza si è presentata una mattina di dicembre, quando ho incontrato una amica infermiera per strada. Senza preamboli mi ha detto che il suo medico generico sarebbe andato a prestare servizio di volontariato insieme a Karibuni Onlus che opera da sette anni in Kenya attraverso interventi nel campo della salute, dell’istruzione e della microimprenditorialità.

Aveva chiesto di poter partecipare al viaggio ed io mi sono aggregata senza pensarci due volte. In men che non si dica abbiamo prenotato per la metà di febbraio. Prima della partenza abbiamo partecipato ad una riunione con la Dr.ssa responsabile della nostra regione la quale ci ha illustrato i nostri compiti: io in quanto Fisioterapista avrei prestato servizio in una Special School frequentata per la maggior parte da bambini cerebrolesi mentre il resto del gruppo composto da medici, infermieri ed operatori sanitari avrebbero visitato i bambini delle scuole dei vari villaggi. I due mesi che ci separavano dalla partenza sono passati tra lo studio degli usi e dei costumi del paese e quello delle malattie più comuni che colpiscono la popolazione, tra cui la tigna e la tungiasi. Abbiamo poi riempito le nostre valigie di vestitini e di lapis per i bimbi e siamo partiti con le migliori intenzioni ma anche con molte domande su quello che avremmo trovato al nostro arrivo. La prima dura prova, almeno per me, è stato l’incontro-scontro con il caldo afoso all’aeroporto di Mombasa, visto che ci eravamo lasciati alle spalle la neve ed il gelo del nostro inverno ed erano solo le sei del mattino. Abbiamo poi affrontato altre due ore di viaggio in auto durante le quali abbiamo visto scorrere le prime immagini di vita mattutina di quel mondo così diverso dal nostro. Abbiamo incrociato molte persone a piedi che si recavano al lavoro e tanti bimbi che stavano andando a scuola, mentre il traffico stava riempiendo l’aria di clacson impazziti e gli occhi di sorpassi al cardiopalma. Di colpo la stanchezza del viaggio si era dissolta, distratta dalla curiosità e da un pò di timore della nuova vita che ci avrebbe aspettato di lì a due settimane. Al nostro arrivo a Watamu abbiamo trovato la nostra responsabile ad attenderci che ci ha accompagnate all’alloggio, un residence dotato di acqua calda ed elettricità come ricompensa del lavoro al caldo appiccicoso che avremmo affrontato dal giorno seguente. Uscite a curiosare per il paese siamo state subito circondate dai venditori delle bancarelle disseminate lungo le strade e le spiagge. Erano incredibilmente tenaci ed è stata dura far capire loro che avevamo indicazione precisa di non dare soldi, medicine o comprare cibo. Spesso infatti succede che utilizzano i soldi per comprare droga e rivendono le medicine ed il cibo per soldi.

Il mio lavoro alla Special School di Gede è iniziato il giorno dopo e si è protratto per una decina di giorni. Appena arrivata ho fatto subito la conoscenza di alcuni bambini che si sono letteralmente gettati al collo di Tiziana, l’operatrice sanitaria che li segue già da qualche tempo e che è stata un aiuto prezioso per introdurmi nell’ambiente. E’ stata lei infatti che mi ha presentato ai colleghi fisioterapisti, al vice preside ed alle mami che accudiscono quotidianamente i bambini. Ho iniziato così a prendere visione dell’ambiente e della tipologia di problematiche presenti, non solo riguardo alle patologie dei bambini ma anche dove dormono, mangiano e trascorrono il loro tempo. La maggior parte di loro sono affetti da gravi forme di PCI, da autismo o da serie patologie ortopediche e quasi tutti hanno una famiglia che vive nelle campagne circostanti ma che per vari motivi non si può prendere cura di loro. I bambini quindi vivono tutta la settimana all’interno della Special School e solo a volte riescono a tornare a casa nel fine settimana. Guardandomi intorno mi si stringeva il cuore a vedere quelle creature lasciate sulle carrozzine davanti alla tv o sul tappeto, buttati lì come bambolotti semi immobili, ma poi pensavo che se così non fosse stato sarebbero probabilmente già morti. A quel punto smetti di ragionare e continui a fare il tuo lavoro, per loro. I due giorni successivi mi è stato chiesto di seguire i bambini da sola poichè i colleghi avevano una riunione ed io ho cercato di fare del mio meglio trattando quelli che avevo già conosciuto. Sostanzialmente ho mobilizzato corpicini rigidi intrappolati dentro schemi fissi e stimolato i pochi movimenti residui, ricercando in alcuni l’acquisizione di piccole nuove competenze. Ho aiutato a confezionare splints statici per il mantenimento del ROM degli arti inferiori utilizzati per posizionare i bimbi sullo standing. Ho imparato ad arrangiarmi, vivendo alla giornata, pronta a fare un programma ma a rivederlo in ogni momento perché quella e l’Africa. Tiziana e mami Pauline mi hanno aiutata a capire e conoscere l’ambiente dove i bimbi passano le loro giornate e mi hanno portata nei dormitori e nella loro “mensa”. I bimbi una volta che vengono alzati e lavati fanno colazione sul tappeto o imboccati sulle carrozzine e poi verso le 08:30 sono portati nella sala della riabilitazione dove c’è anche la tv. A turno, ma non tutti e solo fino alle 1030, vengono trattati e poi accompagnati a prendere il thè per poi far ritorno dopo le 11:00. Da quel momento in poi si trattano solo i bimbi esterni accompagnati dalle loro madri e per lo più affetti anch’essi da varie forme di PCI. Alle 12:30 il lavoro si interrompe per il pranzo per poi riprendere alle 14:00 ma solo per aggiornare le cartelle. Per quanto riguarda il sostegno dei medici mi è sembrato di capire che lì non ce ne vadano e che li visiti l’infermiere, ma so per certo che ogni mese si recano dei medici da Mombasa per le visite e le consulenze ortopediche gratuite. L’ultimo giorno che sono stata lì ho assistito ad una riunione tra l’infermiere, le mami ed i terapisti sulla gestione, il posizionamento e la somministrazione dei farmaci ai bambini. I colleghi mi sono sembrati piuttosto preparati e soprattutto abituati ad arrangiarsi con quello che hanno a disposizione ma i tempi di lavoro sono veramente lenti e non so se a quel ritmo riescano a trattare tutti i bimbi che devono con la frequenza stabilita. Quello che mi ha lasciato interdetta è stato vedere un gran numero di carrozzine o standing inutilizzati perché troppo grandi o troppo pesanti ed un sacco di materiale vecchio stipato nella stanzina dentro la palestra. Sicuramente si tratta di materiale regalato da qualche privato o da qualche sponsor, lasciato lì perché poco funzionale.

Concludendo posso dire che ho trovato un ambiente aperto e favorevole al dialogo ma credo che siano necessari più stimoli e più aiuto dall’esterno perché a volte i tempi sono troppo dilatati e si rischia di farsi condizionare dal gran caldo, dal lento evolvere della giornata e dalle deboli speranze di miglioramento di simili patologie. I bambini sono tutti splendidi, sorridenti ed aperti a tutto quello che puoi offrire loro, bisognosi di figure di riferimento fisse come Tiziana che possono in parte sopperire a quel senso di abbandono che si portano dentro ogni qual volta rientrano alla Special School dopo aver trascorso il fine settimana a casa. Ci sono poi bimbi che restano sempre lì perché sono orfani o perché le famiglie non possono o non se ne vogliono occupare. Ho vissuto con loro ore intense e mi hanno sicuramente regalato più di quello che io sia riuscita a dare.

Claudia Mucci
Fisioterapista