Percorsi Diagnostico Terapeutici per l’assistenza ai pazienti con mal di schiena

a cura di
Stefano Govannoni, Silvia Minozzi, Stefano Negrini

Il mal di schiena (MDS) è il disturbo osteoarticolare più frequente, rappresentando, dopo il comune raffreddore, la più comune affezione dell’uomo. Quasi l’80% della popolazione è destinato ad un certo punto della vita a presentare una lombalgia. Le osservazioni indicano una prevalenza annuale dei sintomi nel 50% degli adulti in età lavorativa, di cui il 15-20% ricorre a cure mediche. Con questa premessa risulta evidente come il MDS possa essere una delle cause più frequenti di accesso diretto al medico di medicina generale (MMG), dal momento che quest’ultimo è quasi sempre il primo sanitario che inizia il percorso assistenziale del paziente lombalgico. Infatti, il MDS rappresenta il 3,5% degli accessi medici totali al Servizio Medicina Generale (3a causa dopo ipertensione arteriosa e medicina preventiva), poco meno del 20% di tutte le cause osteoarticolari. Questi dati rendono ragione del fatto che ogni giorno un MMG presta assistenza a 2-3 pazienti con MDS.
Il MDS interessa uomini e donne in ugual misura; insorge più spesso fra 30 e 50 anni di età; comporta altissimi costi individuali e sociali, in termini di indagini diagnostiche e di trattamenti, di riduzione della produttività e di diminuita capacità a svolgere attività quotidiane.
Per le persone al di sotto dei 45 anni di età, la lombalgia è la più comune causa di disabilità. Nonostante l’economia post-industriale sia sempre meno pesante per il lavoratore per la maggiore automazione del ciclo produttivo e la medicina abbia sviluppato moltissimo la capacità di diagnosi e cura, l’inabilità al lavoro causata dal MDS aumenta costantemente.
Le metodiche di diagnostica per immagini dovrebbero rispettare l’analisi del procedimento clinico e molto spesso questo non accade: il loro uso al di fuori di un’ipotesi diagnostica mirata non solo non aggiunge ulteriori dati rispetto all’anamnesi ed all’esame obiettivo, ma mette a rischio di trattamento per lesioni occasionalmente evidenziate (come, per esempio, dischi protrusi o addirittura erniati), asintomatiche ed estranee al quadro clinico presentato.
Non è da sottovalutare l’induzione di esami strumentali ad opera dello stesso paziente, che chiede spesso al medico di effettuare radiografie o diagnostica per immagini più complessa e, se accontentato, manifesta più soddisfazione dell’assistenza ricevuta: una scommessa delle cure primarie è quella di aumentare la soddisfazione del paziente senza ricorrere ad esami inutili.
Per quanto riguarda gli approcci terapeutici, si osserva una grande variabilità nell’assistenza e un altissimo ricorso alla prescrizione di terapie fisiche e esercizi, che si traduce in costi assai elevati per l’individuo e la collettività, nonostante che per molte di esse non si trovi alcuna corrispondenza di efficacia nei dati di letteratura.
Nel percorso assistenziale del paziente con MDS, il primo sanitario consultato è di norma il MMG che deve possedere competenze per una prima valutazione globale (preventiva, diagnostica, terapeutica e prognostica) e gli strumenti di analisi critica basata sulla evidenza scientifica per gestire la domanda del cittadino, spesso indotta da “mode” e falsi miti, e per fare, al bisogno, un invio mirato scegliendo la più appropriata consulenza specialistica.

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