Fratture dell’epifisi prossimali dell’omero: stato dell’arte e valutazione casistica con follow up medio a 20 mesi

Dott. Ghargozloo D, Dott. Cannavò L, Dott. Tomarchio A, Dott. Massimino P, Dott. Messina M.
Dipartimento di Specialità medico Chirurgiche
Sezione: Ortopedia e Traumatologia
Università degli Studi di Catania
Dir. Prof. G. Sessa

Abstract
Le fratture dell’estremo prossimale dell’omero sono relativamente frequenti e rappresentano il 4-5% di tutte le fratture. Tali fratture si manifestano a seguito di traumi ad alta energia, tipici nei soggetti giovani, ma hanno una maggiore prevalenza nei pazienti più anziani, a seguito di traumi a bassa energia, a causa della malattia osteoporotica. In linea generale, il sesso più colpito risulta essere quello maschile. Le fratture dell’epifisi prossimale dell’omero sono causate dalla predominanza o dalla combinazione di forze in trazione, torsione o flessione e compressione assiale. Altre cause, seppur di minor riscontro, sono le contrazioni muscolari violente a seguito di crisi comiziali o scosse elettriche. Si riconoscono meccanismi traumatici diretti ed indiretti. Attualmente, l’approccio chirurgico è correlato alle indicazioni dipendenti dal tipo di frattura e dalla sua classificazione, dalla qualità dell’osso, dalle esigenze del paziente e dall’esperienza dell’operatore. Le scelte a disposizione del chirurgo sono diverse: trattamento incruento con immobilizzazione, la riduzione cruenta con sintesi percutanea, la riduzione a cielo aperto con sintesi interna e la sostituzione protesica della testa omerale. Lo scopo del nostro lavoro è quello di valutare l’efficacia delle varie opzioni terapeutiche, utilizzate presso la nostra clinica ortopedica, da febbraio 2007 a gennaio 2010, nel trattamento delle fratture dell’epifisi prossimale dell’omero. In questo articolo, inoltre, forniamo una visione panoramica dell’argomento, trattandone gli aspetti eziopatogenetici, classificativi, clinici, diagnostici e terapeutici, riassumendo, poi, il tutto con la presentazione di alcuni casi clinici.

Introduzione
Le fratture dell’estremo prossimale dell’omero sono relativamente frequenti e rappresentano il 4-5% di tutte le fratture. Si calcola che, con l’aumento dell’invecchiamento della popolazione, l’incidenza di queste fratture continuerà ad aumentare. Fu Ippocrate, che per primo, nel 460 A.C., documentò e trattò, mediante trazione, una frattura prossimale dell’omero; da allora sono state numerose e molteplici le classificazioni e le tecniche di trattamento, che sono state utilizzate sino a oggi. Le fratture prossimali dell’omero sono frequenti nei soggetti giovani, ma hanno una maggiore prevalenza nei pazienti più anziani, molti dei quali sono osteoporotici. Come le fratture dell’anca, le fratture prossimali dell’omero sono una delle principali cause di morbilità nella popolazione anziana. In diversi studi, è stato possibile riscontrare che nell’80% dei casi le fratture dell’epifisi prossimale dell’omero risultano essere composte, in quanto la cuffia dei rotatori, il periostio ed il capo lungo del bicipite brachiale si oppongono alla scomposizione. Nel restante 20% dei casi, invece, le fratture risultano essere più o meno scomposte. Al fine di ottenere un recupero anatomo-funzionale, quanto più rapido possibile dell’articolazione scapolo omerale, è indispensabile identificare il più precocemente possibile la lesione, eseguire il trattamento opportuno, valutare e trattare eventuali altre lesioni, vascolari e/o nervose, legate alla frattura. In definitiva, l’approccio chirurgico è correlato alle indicazioni dipendenti dal tipo di frattura, dalla qualità dell’osso, dalle esigenze del paziente e dall’esperienza dell’operatore.

Eziopatogenesi
Dal punto di vista eziopatogenetico, possiamo schematicamente riconoscere due meccanismi:

  • uno traumatico diretto, con forza applicata sul versante anteriore, laterale e postero–laterale;
  • uno traumatico indiretto, nel quale la frattura viene determinata da un carico assiale trasmesso all’omero attraverso il gomito o attraverso la mano e l’avambraccio, con atteggiamento del gomito bloccato in estensione.

Il sesso più colpito è quello maschile e la maggior parte delle fratture dell’epifisi prossimale dell’omero è causata dalla predominanza o dalla combinazione di una delle seguenti forze: in trazione, in compressione assiale, torsione o flessione e compressione assiale. In relazione al tipo di forza agente sull’omero, vengono a crearsi modelli di frattura primaria prevedibili: trasversali, obliqui e spiroidali. Solitamente, nei soggetti giovani che hanno subito un trauma ad elevata energia (incidenti stradali o sportivi) a carico della spalla, si determina una frattura pluriframmentaria scomposta associata, in alcuni casi, ad una lussazione dei capi articolari. Nei soggetti con osso osteopenico, pazienti anziani ed alcolisti, un trauma a bassa energia (una banale caduta a terra) può essere sufficiente al fine di provocare una frattura dell’epifisi prossimale dell’omero. Altri meccanismi supplementari traumatici sono: le contrazioni muscolari violente comiziali e/o le scosse elettriche.

Classificazione
Nell’ambito delle fratture dell’epifisi prossimale dell’omero, diversi sono stati gli approcci utilizzati nel corso degli ultimi due secoli, in relazione alle differenti classificazioni proposte nel corso del tempo. Nel 1869, per migliorare il trattamento, Krocher fu il primo a classificare le fratture dell’omero prossimale. Nel 1934, Codman aveva sviluppato una classificazione, basato su linee, che suddivide l’epifisi prossimale dell’omero in 4 parti. Nel 1970, la classificazione di Neer ha ampliato il concetto di fratture in 4 parti, includendo i principi anatomici, biomeccanici, e di trattamento. Un valido sistema classificativo è quello proposto da Hoffmeyer, che suddivide queste fratture in vascolari e avascolari. E’, quindi, di fondamentale importanza un’ottima conoscenza dell’anatomia vascolare della testa omerale per poter poi esprimere, in base alla dislocazione ed alla angolazione dei vari frammenti, un giudizio sulla vascolarità o avascolarità degli stessi.
Ad oggi, le fratture dell’epifisi prossimale dell’omero, vengono, solitamente, inquadrate dal punto di vista anatomo-topografico in base alla:

  • classificazione AO-ASIF;
  • classificazione di Neer.

Classificazione AO-ASIF. Sistema di classificazione delle fratture molto utilizzato in ambito internazionale. Sistema che consente la precisa individuazione del tipo di frattura perché utilizza un codice alfanumerico: in particolare, la parte prossimale dell’omero corrisponde al numero 11 (1 = osso omero, 1 = segmento prossimale). Le fratture di omero prossimale sono suddivise in 3 tipi, in base alla topografia e alla estensione della lesione ossea:

  • Tipo A: fratture unifocali, extra-articolari e prossimali dell’omero. Sono suddivise in tuberositarie o metafisarie.
  • Tipo B: fratture bifocali, extra-articolari e prossimali dell’omero. Sono suddivise in base alla presenza o meno di un impatto metafisario e di una lussazione gleno-omerale supplementare.
  • Tipo C: fratture articolari, prossimali dell’omero. Sono suddivise in 3 gruppi in base alla grandezza dei frammenti principali ed alla presenza di una dislocazione, si dividono in fratture lussate o non lussate.

La classificazione AO ha il vantaggio di classificare tutte le fratture in maniera univoca, ma la suddivisione risulta difficilmente memorizzabile e ciò ne limita il suo impiego routinario.

La classificazione di Neer è la classificazione che rimane forse la più adottata, soprattutto per la sua semplicità. Essa si basa sulla suddivisione anatomica in quattro parti della porzione prossimale dell’omero: la testa omerale, la grande tuberosità, la piccola tuberosità e la diafisi prossimale dell’omero.

La frattura viene considerata scomposta se un frammento è separato dal segmento adiacente per più di 1 cm o se è angolata di 45°. Le fratture scomposte in tre e quattro frammenti alterano in maniera irreversibile la congruità articolare dell’articolazione gleno-omerale e portano, con elevata frequenza, all’interruzione di gran parte dell’apporto ematico alla porzione prossimale dell’omero (il ramo anteriore dell’arteria circonflessa omerale anteriore). L’incidenza della osteonecrosi è massima nelle fratture scomposte in quattro frammenti. Dividiamo, nell’ambito della classificazione di Neer, le fratture in:

  • Fratture a singolo frammento: sono fratture scomposte o fratture con spostamenti minimi.
  • Fratture a due frammenti: sono fratture in cui si sposta un singolo segmento, in relazione agli altri tre.
  • Fratture a tre frammenti: si verificano quando si ha lo spostamento di due dei quattro segmenti anatomici.
  • Fratture a quattro frammenti: fratture che presentano lo sfollamento di tutti i segmenti anatomici.

Le fratture diafisarie: sono classificate in semplici, a cuneo e complesse (pluriframmentarie).
Le fratture-lussazioni: a seguito di una frattura, si può realizzare una lussazione tra i capi articolari (omero e cavità glenoidea) distinguendo una forma anteriore e una posteriore.

Valutazione clinica
La diagnosi delle fratture dell’epifisi prossimale dell’omero è principalmente clinica. Al fine di un corretto e precoce trattamento terapeutico, è importante procedere ad una raccolta anamnestica accurata, seguita da un esame obiettivo approfondito, al fine di identificare eventuali altre condizioni patologiche, come accorciamenti dell’arto, lussazioni scapolo-omerali e lesioni vascolo nervose associate.

Anamnesi
È importante ottenere la storia medica e stabilizzare eventuali problemi generali del paziente; acquisire informazioni riguardo al meccanismo traumatico, permetterebbe di orientarci sul tipo di lesione che potremmo trovarci di fronte, ad esempio: le lesioni indirette comportano un maggiore grado di spostamento della fratture mentre, lesione secondarie a crisi comiziali, possono associarsi a lussazioni posteriori. La maggior parte dei pazienti, con fratture prossimali dell’omero, giunge all’osservazione, dopo un trauma acuto; in questo caso i sintomi più comuni sono rappresentati dal dolore, dalla perdita della funzionalità dell’arto interessato e da disturbi di carattere neurologico, (parestesie o debolezza riferite alle estremità degli arti coinvolti).

Esame Obiettivo
All’osservazione dell’arto traumatizzato, si evidenziano in corrispondenza della spalla e del braccio gonfiore ed ecchimosi, dolore e l’impotenza funzionale. L’ecchimosi può diventare visibile anche 24-48 ore dopo un trauma. Essa può diffondersi alla parete toracica e al fianco, e può coinvolgere l’intero arto (segno di Hennequin). È importante valutare l’intero arto superiore e la parete toracica per la ricerca e la valutazione di lesioni associate.
Per determinare la stabilità della frattura bisogna ruotare delicatamente la diafisi omerale, mentre la palpazione della testa omerale serve per valutare se è presente un movimento unificato. Durante tali manovre è bene ricercare movimento preternaturale o crepitio tra i segmenti ossei (segni di certezza di frattura).
Nelle fratture conseguenti a traumi ad alta energia, non è raro osservare l’esposizione del focolaio di frattura, condizione che richiede un immediato intervento. La presenza di masse pulsanti o ematomi in espansione può indicare la presenza di una lesione vascolare.
È essenziale determinare la presenza di eventuali lesioni neuro-vascolari associate. Il nervo ascellare è il nervo più comunemente coinvolto nell’ambito delle fratture prossimale dell’omero: è importante valutare la sensibilità sopra il muscolo deltoide e la sua funzione motoria. Occorre anche valutare eventuali lesioni del plesso brachiale.
L’esame dei polsi periferici è utile, ma non esclude danni vascolari all’interno del cavo ascellare, poiché i polsi distali possono essere integri a causa di circolazione collaterale intorno alla scapola.

Indagini diagnostiche
Per i pazienti viene richiesta la serie traumatica proposta da Neer (1984), che comprende un esame Rx sui piani sagittale, coronale ed assiale della scapola in modo da visualizzare lo spazio articolare, senza sovrapposizione della scapola o della testa omerale in assenza di lussazioni o sub-lussazioni scapolo omerale. La diagnostica può essere completata da indagini TAC ad alta risoluzione con ricostruzione tridimensionale, ecografia e RMN di spalla per la valutazione di lesioni della cuffia dei rotatori, e da arteriografia nei casi di sospetta lesione arteriosa, oltre ad un esame EMG, se sussiste una sospetta o palese lesione nervosa.

Esame Radiografico
La valutazione radiografica è il più importante strumento diagnostico per le fratture prossimali dell’omero consiste in proiezioni antero-posteriore (AP) e laterale nel piano scapolare e una vista ascellare.

  • La scapola si siede obliquamente alla parete toracica, pertanto, per ottenere un quadro veritiero antero-posteriore, il fascio di raggi X deve essere inclinato di circa 40° al piano del torace. La proiezione in AP viene anche utilizzata per valutare gli spostamenti della frattura del collo chirurgico (varo o valgo), della grande tuberosità (cilindrata superiore), e della piccola tuberosità (spostamento mediale).
  • La visione ascellare può essere ottenuta con l’uso della proiezione Velpeau: paziente è seduto e inclinato all’indietro di circa 45 °. La vista ascellare aiuta a valutare frammenti delle tuberosità, con spostamento antero-mediale della piccola tuberosità e lo spostamento posteriore della grande tuberosità.
  • La vista laterale è utile per valutare flessione o estensione del collo chirurgico e lo spostamento posteriore della grande tuberosità.

Esame TAC
La tomografia computerizzata offre una buona definizione delle lesioni ossee, che determinano la scelta del trattamento. Essa può mettere in evidenza lesioni che possono essere occultate all’esame radiografico, permette di valutare in maniera approfondita, la gravità e l’orientamento dei segmenti anatomici nello spazio in seguito alla frattura. In relazione al meccanismo patogenetico del trauma ed al tipo di frattura, i segmenti anatomici quali piccola e grande tuberosità, possono essere dislocati dalla retrazione che esercitano i tendini muscolari ivi inseriti.
Oltre alla valutazione del collo chirurgico, la TAC può fornire informazioni sul coinvolgimento articolare in caso di fratture da impressione della superficie articolare della testa omerale (lesione di Hill-Sasch e Hill-Sachs inversa), fratture-lussazioni inveterate e fratture a carico della glena (lesione di Bankart e Bankart inversa). Le ricostruzioni tridimensionali, disponibili con la TAC spirale moderna, possono essere utile nel progettare la ricostruzione operatoria.

Esame RMN
La risonanza magnetica può anche fornire utili informazioni sullo stato della cuffia dei rotatori, sulle strutture legamentose della spalla e sui tessuti molli.

Trattamento

Trattamento non chirurgico
Le fratture prossimali dell’omero possono essere trattate, in un primo momento, con immobilizzazione, onde evitare ulteriori spostamenti fra i segmenti della lesione, e in un secondo momento con trattamento chirurgico, seguito da una mobilizzazione precoce. L’immobilizzazione iniziale può essere raggiunta con differenti sistemi, Desault o Gill-Christ, che offrono diversi gradi di vincoli. A seconda del tipo di frattura e habitus del paziente, ognuno di questi dispositivi può essere utile. Nelle fratture stabili, delicati esercizi di movimento possono iniziare precocemente, dopo circa 7-10 giorni. Tuttavia, una frattura instabile può portare allo spostamento della frattura precoce. In generale, le fratture instabili sono molto più dolorose e spesso richiedono la stabilizzazione chirurgica per ottenere un adeguato sollievo del dolore. La terapia fisica può essere iniziata dopo 3 settimane e potrebbe consentire un ritorno più rapido della funzionalità dell’arto superiore.

Trattamento chirurgico
Come per ogni frattura, il trattamento chirurgico ha lo scopo di ripristinare l’anatomia articolare, la motilità dell’articolazione, l’allineamento assiale e consentire una precoce mobilizzazione. La corretta scelta del trattamento chirurgico, nelle fratture prossimali dell’omero, si basa sulle caratteristiche della frattura, prendendo come riferimento la classificazione di Neer, sulle informazioni fornite dalla diagnostica per immagini e dalle condizioni generali del paziente. Tra le metodiche di trattamento a disposizione del chirurgo, distinguiamo: la riduzione con sintesi a minima percutanea, la riduzione a cielo aperto con sintesi interna e la sostituzione protesica della testa omerale, associata a sintesi della piccola tuberosità.

Fratture a 2 frammenti
Grande tuberosità
Nelle fratture, lo spostamento della grande tuberosità, avviene in senso postero-superiore (per avulsione del sovra-spinoso). I tentativi di riduzione incruenta, in genere, non hanno successo, tranne che nei casi associati a lussazione anteriore, la quale comporta una adeguata riduzione del frammento. Il tipo di frattura influenza l’approccio chirurgico e la sintesi. La sintesi di piccole fratture può essere realizzata con fili di K o di sutura trans-ossei o, meno frequentemente, con viti. Le fratture più grandi posso avere una configurazione della rima a spirale od obliqua, che può estendere per diversi centimetri in regione metafisaria. Questo tipo di frattura richiede un accesso molto simile a quello usato per la riparazione della cuffia dei rotatori: l’approccio deltoideo-pettorale consente una adeguata esposizione per la riduzione e la corretta sintesi, che può richiedere una esposizione distale.

Piccola tuberosità
In genere, lo spostamento della piccola tuberosità è spesso mediale e la riduzione incruenta, è spesso soddisfacente. Se il frammento è irriducibile o instabile, si può ricorrere al trattamento cruento, sintetizzando la frattura con fili di K o di sutura trans-ossei,o viti. La riduzione della piccola tuberosità è necessaria per evitare pseudoartrosi e malconsolidamenti. Occasionalmente, in caso di lussazione posteriore traumatica dell’omero, può essere presente la lesione inversa di Hill-Sachs. Se tale lesione vede coinvolta meno del 40% della superficie della testa omerale, il trattamento che si predilige è la trasposizione della piccola tuberosità all’interno del difetto stesso al fine di riempirlo.

Collo chirurgico
Le fratture a carico del collo chirurgico, in genere, producono spostamenti angolari (fratture ad axim) con spostamento mediale del frammento distale, per l’attrazione del grande pettorale, ed abduzione ed elevazione del frammento prossimale. Il modello di queste fratture può variare da fratture oblique, a fratture a spirale, stabili o instabili. Il primo tentativo di trattamento è la riduzione incruenta con manovre che includono flessione ed adduzione del braccio, allo scopo di annullare le forze di spostamento. Occasionalmente, l’interposizione del capo lungo del bicipite può bloccare la riduzione e richiederne la riduzione cruenta. Nel caso in cui la frattura sia irriducibile o instabile, si procederà al trattamento cruento. I modelli e le opzioni di trattamento comprendono: l’immobilizzazione con apparecchio gessato (se la riduzione è stabile), la sintesi percutanea o la sintesi interna.

  • La riduzione incruenta, offre morbosità limitata, ma può consentire una graduale perdita di riduzione, portando a malconsolidamento e deformità.
  • La sintesi percutanea viene eseguita con l’uso di viti terminali da 2,5 mm filettate secondo la tecnica AO/ASIF. Questa tecnica è di difficile realizzazione nei soggetti con osso osteoporotico.
  • La riduzione e sintesi interna, delle fratture del collo chirurgico, garantisce una più stabile costruzione, permettendo un risultato più affidabile dal punto di vista funzionale. Tale tecnica si avvale dell’uso di mezzi di sintesi endomidollari, come chiodi statici o dinamici, attraverso un approccio deltoideo-pettorale, che permette di non esporre il focolaio di frattura (minore rischio di contaminazione e di mantenimento dell’ematoma di frattura). Nei soggetti osteoporotici, viene preferito l’uso di una placca, con testa a lama a 90 °, che fornisce un sistema di supporto maggiore.

Collo anatomico
Lesione poco frequente che in genere, si verifica in associazione con la lussazione (anteriore o posteriore) della testa omerale. La prognosi di tale lesione è molto variabile ed è legata al grado di compromissione della vascolarizzazione della testa omerale. I vari sistemi di riduzione e di sintesi interna, possono risultare difficili a causa della limitata disponibilità di osso per la loro applicazione. In presenza di gravi lesioni, onde prevenire complicanze come deformità o necrosi avascolare, la tecnica attualmente utilizzata è la sostituzione protesica della testa omerale, tecnica valida anche per le fratture del collo anatomico dell’omero.

Fratture a 3 frammenti
Trattasi di fratture-lussazioni a 3 frammenti dell’omero, dove una delle tuberosità è dislocata, mentre gli altri frammenti (la testa omerale e la tuberosità restante) possono restare in sede, sub-lussarsi o dislocarsi, in rapporto alla trazione dei muscoli della cuffia dei rotatori. L’afflusso ematico alla testa omerale può essere conservato, tuttavia, il rischio di NAV rimane circa del 14%. Queste fratture richiedono, quasi sempre, una gestione chirurgica open. La pianificazione pre-operatoria deve includere una storia anamnestica completa, un esame fisico, con esame neuro-vascolare approfondito dell’arto interessato, e uno studio d’immaging che dovrebbe includere le proiezioni in AP, laterale, e ascellare, e la TAC della spalla colpita. I pazienti anziani, con scarsa qualità dei tessuti ed osteoporosi, di solito, richiedono l’endoprotesi e, se necessario, la riparazione della cuffia dei rotatori. Nei pazienti più giovani, si preferisce mantenere la testa omerale, anche se, raramente, si necessita il ricorso all’endoprotesi. In tale circostanza, il trattamento può prevedere la sintesi con: suture trans-ossee, viti, placca e viti o chiodo endomidollare.

Fratture a 4 frammenti e fratture-lussazioni
Trattasi di fratture con distacco e dislocazione di entrambe le tuberosità, per l’azione dei rispettivi muscoli della cuffia e la concomitante lussazione della testa omerale dalla glena. L’incidenza dell’AVN è circa del 34%. Queste fratture richiedono una gestione pre-operatoria e chirurgica analoga alle fratture a 3 frammenti. I pazienti anziani richiedono l’endo- o atro-protesi, nei pazienti più giovani è previsto il trattamento con placca e viti, al fine di mantenere la testa omerale. I risultati sono migliori se l’intervento viene eseguito entro 2 settimane dall’infortunio; in caso di ritardo, riassorbimenti delle tuberosità e accorciamenti tendinei, possono compromettere il risultato.

Complicanze
In presenza di queste fratture si possono riscontrare complicanze immediate, precoci o tardive.
Quelle immediate sono legate al possibile danno vascolare (a. omerale) o nervoso (nervo circonflesso) causato dai frammenti di frattura. Inoltre, è possibile che il trauma, soprattutto nei pazienti anziani, causi la rottura della cuffia dei rotatori.
Una complicanza precoce è l’infezione del focolaio di frattura, evenienza, per altro, poco frequente
Delle tardive, le complicanze più comuni sono: la necrosi avascolare (NAV) dell’epifisi prossimale dell’omero, il ritardo di consolidazione, la pseudoartrosi e la sindrome da conflitto sotto-acromiale.

Materiali e Metodi
Tra il febbraio del 2007 e gennaio del 2010, presso la clinica ortopedica dell’Università di Catania, sono stati trattati 152 pazienti con frattura dell’epifisi prossimale dell’omero, 53 trattati incruentamente, 109 cruentamente. L’età media dei pazienti era di 62,9 anni (range 12-91 anni), il sesso era in prevalenza femminile. I pazienti sono stati trattati con diverse metodiche:
- 7 con fili di K;
- 24 con placca e viti;
- 28 con protesi;
- 48 con chiodo endomidollare;
- 2 con viti.
Il follow-up medio clinico e radiografico è stato a 20 mesi (min. 1, max. 48 mesi).

Risultati
Per quanto concerne la valutazione dei nostri pazienti ci siamo basati sull’immaging radiografico e sull’utilizzo della scheda di valutazione clinico/funzionale della spalla di Constant i quali parametri sono: dolore; mobilità attiva e passiva, attività e forza.

I risultati ottenuti sono stati i seguenti:
Il 98% dei pazienti ha avuto bisogno di terapia antidolorifica giornaliera per i primi 7 giorni, nello 80% dei casi si è avuta una riduzione della sintomatologia dolorosa dopo le prime 3 settimane, con riduzione quasi totale dopo il primo mese. All’esame obiettivo sono state rilevate: una mobilità attiva di 70° in abduzione e di 15° in extrarotazione; 1 caso di stupor del circonflesso, risoltosi in circa 6 mesi. Il valore medio di Constant, a parità di età, è più elevato nei pazienti con protesi. L’osteosintesi con placca e viti è più affidabile nei pazienti giovani. All’esame radiografico è stato rilevato un abbassamento radiografico della testa omerale nel 15% per deficit muscolare; non sono state riscontrate lesioni ossee.

Riportiamo qui di seguito alcuni casi clinici a riguardo.

Caso clinico
M.O. (21 aa), sesso femminile, frattura a 2 frammenti sec. Neer, trattato con placca e viti.

Caso clinico
B.A. (68 aa) sesso femminile, frattura a 3 frammenti sec. Neer, trattato con artroprotesi.

Caso clinico
A.M. (77 aa) sesso maschile, frattura a 4 frammenti sec. Neer, trattato con placca e viti.

Conclusioni
Il successo nel trattamento delle fratture dell’epifisi prossimale dell’omero dipende dalla gravità della lesione e dall’eventuale interessamento di altre strutture adiacenti, dalla scelta del trattamento e dalla conseguente qualità della ricostruzione ossea e/o legamentosa. Al fine di ottenere un recupero anatomo-funzionale e ridurre il rischio di complicanze, quanto più rapido possibile, dell’articolazione scapolo omerale è indispensabile identificare, il più precocemente possibile, la lesione, eseguire il trattamento opportuno, valutare e trattare eventuali altre lesioni, vascolari e/o nervose, legate alle fratture.

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