Magnetoterapia

Per magnetoterapia in senso proprio si intende l’applicazione a scopo terapeutico di un campo esclusivamente magnetico o prevalentemente magnetico, tale per cui la componente elettrica presente sia trascurabile.
Trattasi, cioè, di campi magnetici statici o temporo-variabili a frequenza estremamente bassa.

Magnetoterapia:
– Bassa frequenza (ELF e ULF)
– Campo elettrico trascurabile
– Potenza irradiata bassa
– Effetti termici trascurabili
– Alta penetrabilità nei tessuti biologici

Per generare un campo magnetico, o prevalentemente magnetico, è necessario disporre di un generatore opportuno (bobina o solenoide) ed utilizzare una frequenza opportuna (solitamente sotto 1 KHz). Viceversa, una apparecchiatura per magnetoterapia è tale solo se in grado di produrre un campo prevalentemente magnetico. E’ possibile eseguire terapie con campi magnetici statici, poco efficaci a meno di non ricorrere a potenze di emissione di centinaia o migliaia di gauss, intensità potenzialmente pericolose. Dobbiamo però ricordare che anche quando l’applicazione è eseguita con campi magnetici permanenti l’eventuale risposta biologica sarà ad una stimolazione magnetica temporo-variabile (CMP) in quanto l’essere vivente è animato da movimenti interni (per esempio: cuore, intestino) e da fenomeni elettrici (per esempio: attività cardiaca e nervosa), eventi che alterano la staticità del campo.
Nell’utilizzo dei CMP, normalmente si usano frequenze comprese tra qualche Hz e 100 Hz, più raramente maggiori, ed intensità basse. La frequenza più utilizzata in Italia è quella di rete, cioè di 50 Hz; questo fatto, oltre che semplificare la costruzione delle apparecchiature, è anche utile dal punto di vista biologico, in quanto l’impedenza caratteristica del corpo umano, cioè il massimo dell’energia assorbibile da questo, corrisponde ai 50 Hz. L’aumento della frequenza (per es. a 50-100 Hz) permette di ottenere un effetto marcatamente analgesico ma scarsamente biostimolante, quale invece si riscontra con le frequenze basse (per es. 50 Hz).
Le intensità di campo più usate, misurate in gauss (G) od Oersted (Oe), unità che sono nel vuoto (ed approssimativamente nell’aria) coincidenti, solitamente sono comprese fra 1 e 100 gauss: intensità superiori sembrano essere poco terapeutiche, o addirittura pericolose, ed intensità inferiori poco efficaci.
Come indicazione generale possiamo dire che le intensità “più basse” (< di 10 Gauss) sono “sedative”, riequilibrative del sistema neuroendocrino e vengono impiegate soprattutto per malattie con notevole componente psicosomatica; che le intensità “medie” (10-40 G) sono particolarmente attive come stimolo alla circolazione arteriosa; che le intensità “alte” (> 50 G) hanno effetto antiedemigeno, antiflogistico e di stimolo alla riparazione delle lesioni tessutali.
Da quanto detto, risulta facile intuire come, variando oppurtunamente la frequenza e l’intensità, sia possibile passare da effetti positivi su patologie acute, per es. flogistiche (alta frequenza ed alta intensità) a quelli su patologie torpide, per es. pseudoartrosi o piaghe (basse frequenze ed alta intensità) e a quelle su patologie distoniche, per es. cervicocefalee (bassa frequenza e bassa intensità).
Possiamo così tratteggiare le seguenti indicazioni terapeutiche:
– Osteoporosi
– Coxartrosi
– Herpes Zoster
– Spondiloartrite anchilopoietica
– Edemi post-traumatici
– Psoriasi
– Ulcere da decubito
Il tempo di applicazione non dovrebbe essere inferiore a 30’ sino ad arrivare anche a durate molto lunghe. Le controindicazioni sono limitate ai portatori di pace-maker ed ai versamenti ematici.

BIBLIOGRAFIA
Pizzetti. I, Caruso I.; Medicina fisica e Riabilitazione; Edilombardo 1987.
Cossu M. e coll.: Elettroterapia. Basi fisiologiche ed applicazioni cliniche.Ghedini Ed. Milano, 1991.