Sebbene l'argomento sia stato più volte affrontato in passato, vorrei portare nuovamente l'attenzione sull'esame clinico e successivo trattamento delle lesioni muscolari nello sportivo.
Le lesioni muscolari rappresentano sicuramente uno degli argomenti più discussi e controversi in riabilitazione sportiva. Se da una parte è impressionante il materiale reperibile su tale argomento (pubblicazioni, congressi, etc.), è innegabile la spaventosa incidenza di tale infortunio. Ho l'impressione che molti professionisti (medici, fisioterapisti, preparatori atletici, etc.) decantino spesso i loro concetti e metodi nei testi, nelle pubblicazioni scientifiche e nei vari congressi/convegni, ma purtroppo in netto contrasto con la realtà. Le lesioni muscolari presentano infatti un'incidenza che, negli anni, non ha presentato una riduzione del valore. E questo vale, a mio avviso, per tutti i livelli, professionistici e dilettantistici. Osservando i dati statistici è ipotizzabile che, ad oggi, gli interventi preventivi siano inefficaci o effimeri, o cmq, volendo essere meno pessimisti e distruttivi, siano efficaci solamente in modo parziale.
Parlando del trattamento, il discorso è analogo. Il metodo di trattamento è variato negli anni o meglio, è stato modificato l'utilizzo della terapia strumentale, a favore di alcuni macchinari al posto di altri. Ma l'impressione è che i tempi di recupero siano rimasti sostanzialmente invariati. Anzi, l'impressione, osservando le categorie inferiori, dove non è quasi mai presente alcun professionista preparato ad assistere l'atleta infortunato, è che i tempi di recupero spontanei siano spesso sovrapponibili ai tempi di recupero negli atleti che abbiano seguito correttamente e costantemente un programma riabilitativo. Tale affermazione può essere contestata affermando che un corretto trattamento è indicato non solo al recupero, ma soprattutto alla prevenzione delle recidive. Ma così, purtroppo, non è. Il numero di recidive è impressionante. Non conosco, in ambito sportivo, alcuna patologia con episodi di recidiva paragonabile, come frequenza e gravità, alle lesioni muscolari.
Premesso questo, vorrei confrontarmi con i colleghi su due aspetti fondamentali:
1) come valutare clinicamente una lesione muscolare (o una probabile lesione muscolare). Purtroppo l'esame ecografico non sempre rappresenta una certezza diagnostica. Inoltre, mentre il professionista ha libero accesso all'ecografia, nelle categorie inferiori non è possibile, per i costi, inviare il giocatore all'ecografista per qualsiasi risentimento muscolare;
2) come impostare un trattamento (tempi, modalità, verifica dei risultati a breve medio e lungo termine).
Per favore, basiamo il confronto sui risultati maturati con l'esperienza, non ci limitiamo a riportare estratti di testi e/o contenuti congressuali
Grazie a tutti
Samuele Passigli
"Non dovevamo farvi giocare con i mostri". "Perchè?", chiese lo showman. "Perchè lo siete diventati"
Ultima modifica di buddy il 26/10/07, modificato 1 volta in totale
secondo me dipende dalla preparazione:
ci sono ancora differenti atteggiamenti verso stretching, riscaldamento, defaticamento....e un sacco di altri "dettagli" ....dovrebbe essere il campo degli isefini (!?)
personalmente non vedo molti atleti "infortunati", seguo pochissimi atleti solo per un programma di preparazione (poi non tornano infortunati...che sia quello?)
angigian
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26/10/07
attualmente lavoro meno con gli sportivi, ma negli anni passati quando ero più attivo nel mondo dello sport ho pensato e fatto 3 osservazioni:
1- le prestazioni fisiche sono aumentate a tutti i livelli, quindi le strutture muscolari sono maggiormente sollecitate, quindi nel momento del trauma il danno è più grave.
2- la lesioni più gravi o quelle recidivanti avvengono più frequentemente nel periodo iniziale del campionato.
3- il periodo dedicato alla preparazione è ridotto ai minimi termini.
questi elementi non consentono all'atleta, almeno nella prima metà del campionato, di trovare un'adeguata condizione a livello muscolare che consenta loro la sopportazione dello stess allo sforzo ed alla fatica a cui sono sottoposti.
come giustamente facevi notare tu buddy, non sempre gli esami rendono chiarezza sul danno, quindi ho la cattiva abitudine di affidarmi alla mia valutazione(purtroppo mi fido più delle mie valutazioni e diagnosi, che di tutto il resto), che tiene molto in considerazione le dichiarazioni del paziente sul tipo di trauma, la dinamica, le sintomatlogie dolorose , ecc, insomma mi baso molto sull'anamnesi.
difficile determinare tempi, e modi del trattamento, purtroppo è necessario valutare caso per caso.
Vi ringrazio per le risposte, ma preferirei impostare il confronto su un piano più pratico, naturalmente senza trascurare gli aspetti teorici utili a comprendere l'argomento.
In parole povere, come è condotto un esame obiettivo in presenza di un trauma muscolare? Ovvero, oltre alla raccolta dati, quali prove e test funzionali siete soliti utilizzare? Perchè? E, soprattutto, in presenza di quali dati optate per approfondire con eventuali esami strumentali?
Detto questo, quali strategie adottate per il recupero?
Grazie
Samuele Passigli
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angigian
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29/10/07
Ciao buddy, questo argomento ha molte interpretazioni, per cui la maggior parte, anche se corrette, potrebbero differenziare molto l’una dall’altra in base al tipo di al proprio baglio culturale e di esperienza.
Questo è il mio iter:
LESIONE MUSCOLARE
- Meccanica del trauma
- Quanti giorni sono passati dal momento del trauma
- Verifico la presenza di ematomi (se sono passati più di 2-3 giorni)
- Valutazione manuale ed identificazione del muscolo lesionato e relativo danno (molto approssimativo per mancanza di esami)
- Massaggio decontratturante senza interessare le fibre lesionate dopo 3-4 dopo il trauma associato a massaggio di avvicinamento delle fibre lesionate.
- Tecarterapia
- Se dopo 6-8 sedute non vi sono miglioramenti allora valuto l’ipotesi di esami strumentali.
- Bendaggio
Quando viene un paz con lesione muscolare dopo aver eseguito l’anamnesi, parto con un massaggio decontratturante, in quanto dopo un trauma le strutture muscolari limitrofe si irrigidiscono e contraggono in seguito ad un meccanismo si autodifesa.
Il massaggio di avvicinamento delle fibre consente di migliorare la circolazione e quindi velocizzare la loro cicatrizzazione; esse non devono essere lavorate in maniera traversa per evitare di andare a lesionare completamente quelle che hanno subito una lesione parziale ed hanno possibilità di cicatrizzare.
Al termine della seduta eseguo bendaggio per mantenere accorciato il muscolo interessato, cercando di mantenere, quanto possibile, il risultato ottenuto evitando il suo allungamento.
Aspetto sempre 3-4 giorni prima di iniziare le terapie, per consentire un principio di cicatrizzazione.
La presenza e la quantità di ematoma è un elemento che consente di avere un’idea sulla gravità della lesione muscolare, ma purtroppo non è quasi mai visibile prima di 2-3 giorni.
Non eseguo prima gli esami strumentali, perché ritengo che possano fare spendere inutilmente dei soldi (in questo tipo di lesione).
(Buddy spero che fosse questo quello che chiedevi)
Angigian mi spieghi una cosa che non mi è chiara? tu dici che fai il bendaggio per mantenere il muscolo accorciato xchè? Dopo una lesione il mescolo risulta gia accorciato e il nostro scopo dovrebbe essere quello di riportarlo alla lunghezza originale o no?
angigian
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30/10/07
il muscolo appena lesionato non può essere allungto, altrimenti rischi di rompere defiitivamente le fibre che hanno la possibilità di cicatrizzare.
inizialmente l'lasticità ed il rilassamento cerco di ottenerla con il massaggio.
il bendaggio lo utilizzo le prime 5-7 sedute di lavoro, perchè dopo devo allungare il muscolo (come dici giustamente tu)
giustamente tu dici che deve essere allungato, ma questo deve avvenire, secondo me, non prima di 10-15 giorni dalla lesione, proprio per i motivi sopra indicati.
chiaramante i tempi possono modificarsi in base alla gravità della lesione.
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angigian
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12/11/07
CIAO BUDDY, probabilmente le risposte date, oltre ad essere veramente poche, non ti sono gradite o sono insufficienti, visto che lo stai chiedendo spesso.
domanda:
che cosa vuoi sapere delle lesioni muscolari dello sportivo?
in questo modo forse riusciamo a dare una domanda più precisa; in fondo se un atleta ha una lesione muscolare (stiramento, strappo, o in casi estreni lesioni neurologiche di tipo traumatico) del m. gastrocnemio, del m. quadricipite, del m. bicipite femorle ecc., il protocollo riabilitativo non cambia (almeno per me).
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13/11/07
Prendiamo ad esempio un caso clinico.
Calciatore 20enne che a seguito di una partita riferisce dolore spontaneo esacerbato alla palpazione nella regione del m. retto anteriore.
Chiedo subito quando il dolore ha avuto il suo esordio.
E.O. a confronto.
Valutazione impotenza funzionale, per orientarmi sull' entità della lesione e test di allungamento per conferma .
Invio dal medico per la diagnosi e prognosi.
L ' E.O. è :
-visivo,alla ricerca di edemi, ematomi, paramorfismi, esiti cicatriziali, ecc.
-palpazione, valutando il distretto interessato al tatto cercando di capire la consistenza dei tessuti sottostanti la lesione.
-Test in allungamento prove contro resistenza e in isometrica cercando il dolore allo scopo di quantificare la lesione ed individuare il m. interessato.
- Se l'ematoma è consistente, clinica poco chiara, dolore ed impotenza funzionale molto elevati, approfondisco con esami.
- Le strategie sono estremamente variabili e difficilmente sintetizzabili in maniera generica.
CIAO BUDDY, probabilmente le risposte date, oltre ad essere veramente poche, non ti sono gradite o sono insufficienti, visto che lo stai chiedendo spesso.
domanda:
che cosa vuoi sapere delle lesioni muscolari dello sportivo?
in questo modo forse riusciamo a dare una domanda più precisa; in fondo se un atleta ha una lesione muscolare (stiramento, strappo, o in casi estreni lesioni neurologiche di tipo traumatico) del m. gastrocnemio, del m. quadricipite, del m. bicipite femorle ecc., il protocollo riabilitativo non cambia (almeno per me).
Per carità, tutte le risposte sono gradite, ci mancherebbe
Però allo stesso tempo, tutte le risposte sono insufficienti o meglio, sono parzialmente sufficienti. Questo non in senso assoluto (non dispongo di alcuna verità assoluta), ma in relazione all'esperienze e alle nozioni teoriche che in questi anni ho cercato di ordinare, almeno nella mia testa.
Con il tempo, ho cercato di creare ed utilizzare una sorta di protocollo (non amo questa parola, perdonatemi il termine, ma favorisce la comprensione di ciò che voglio esporre), o meglio una strategia per raggiungere un risultato ottimale: recupero funzionale e prevenzione delle recidive. Se da un lato la prevenzione delle recidive dimostra la sua efficacia effettuando una valutazione della performance dell'atleta in tempi medio-lunghi, il recupero funzionale, ovvero il ritorno all'attività sportiva, necessita di tempi sempre minori, per esigenza dell'atleta e, soprattutto, della squadra. Troppo spesso ho osservato un ritorno all'attività sportiva in tempi molto brevi, tanto da complimentarsi con lo staff, ma episodi di recidiva in tempi brevi. Senza contare che il trattamento delle recidive richiede sicuramente tempi più lunghi.
Tornando alle strategie utilizzate, ho modificato negli anni molti aspetti, in base a ciò che di nuovo apprendevo e in relazione a nuovi macchinari che la tecnologia metteva a disposizione. Ricordo in particolare gli anni passati negli spogliatoi dilettantistici, dove l'atleta raggiungeva il fisioterapista dopo 8 ore di lavoro in fabbrica e le esperienze nei professionisti, con un atleta di alto livello sempre a disposizione e ben rilassato; oppure l'utilizzo dell'isocinesi; l'ipertemia e la tecarterapia; laser vari; pedane a vibrazione. La strategia sembrava sempre più adattarsi migliorare nel tempo, ma ciò che mi lasciava e mi lascia tutt'ora perplesso è un aspetto: la mancata riduzione dei tempi di recupero. Ovvero, utilizzando differenti strategie (naturalmente sempre con un razionale) i tempi di recupero non variano. Impressione confermata confrontando tali tempi con colleghi che utilizzano approcci completamente differenti, o semplicemente leggendo i vari articoli sui quotidiani sportivi
Quindi mi chiedo: io e le lesioni muscolari siamo due strade parallele, destinate quindi a non incontrarsi mai? Ad oggi, se escludiamo le staminali, siamo arrivati a tempi di recupero non migliorabili? Oppure, c'è qualche aspetto che ci sfugge, un elemento mancante nell'approccio?
Sono tre punti ai quali penso spesso, hai quali attribuisco lo stesso peso e valore. Ma, per amor proprio, l'attenzione è rivolta soprattutto al terzo punto: l'anello mancante.
Osserviamo ad esempio gli ischioperoneotibiali (IPT), una delle sedi più frequente di lesione muscolare. In una recente revisione, era sottolineato un fatto estremamente significativo: non esiste alcun studio in letteratura che riporta la frequenza della localizzazione (ECG, RMN) delle lesioni in questo gruppo muscolare. Al massimo, sono reperibili alcuni studi non validati che differenziano tra bicipite femorale, semitendinoso e semimembranoso, senza però scendere nel dettaglio.
A riguardo mi chiedo, domanda che può essere ampliata a tutti i muscoli: è possibile trattare tutti i muscoli con lo stesso approccio? Il processo infiammatorio sarà simile in tutti muscoli (simile, non identico), ma le caratteristiche anatomo-funzionali presentano delle differenze così sostanziali che ho difficoltà ad immaginare un protocollo standardizzato.
Gli IPT sono anatomicamente differenti: il bicipite è un bicipite, il semimembranoso un pennato, il semitendinoso un digastrico (i testi di anatomia di scarso valore non riportano neanche l'esistenza del tendine intermedio del m. semitendinoso). L'origine è simile, l'inserzione completamente differente. L'innervazione è rappresentata da differenti rami terminali del nervo sciatico: un ramo per il capo breve, un ramo per il capo lungo, uno per il semimembranoso, e due differenti rami per le porzioni del semitendinoso divise dal tendine intermedio. Naturalmente anche la vascolarizzazione è dipendenza di differenti vasi.
Quindi: se una differenza sostanziale anatomo-funzionale caratterizza una completa funzione propria di ciascun muscolo, è possibile che il trattamento sia identico? Inoltre, se estendiamo il ragionamento a tutti i muscoli frequentemente interessati da eventi traumatici, possiamo standardizzare un protocollo e applicarlo indistintamente? O semplicemente, fino ad oggi, ci siamo asati esclusivamente su dati empirici come unica differenza nel trattamento?
Scusate il monologo. Forse è solo un vaneggiamento, ma da troppo lo covavo.
Saluti
Samuele Passigli
"Non dovevamo farvi giocare con i mostri". "Perchè?", chiese lo showman. "Perchè lo siete diventati"
se, con lo studio e l'esperienza hai sviluppato una "metodologia" (non un protocollo) qual'è il problema?
nelle discussioni si passa da atteggiamenti meccanicistici ad approcci olistici.
E' difficile aprire un topic come questo e non sentirsi dire dal collega "schiaccia quel punto lì" o da un altro "testalo con l'apparecchiatura xy" ...i risultati non sono gli stessi con ogni tipo di trattamento e, come hai notato anche tu, soprattutto ad alti livelli, le cure sono sempre più efficaci. Le recidive? ....all'inizio ti ho dato la mia risposta che, in parte, hai rifiutato. Il mio non è un discorso filosofico, le ricadute non avvengono per colpa del terapista che non si è dilettato di onanismo dei neuroni per poter diversificare l'approccio negli IPT. Le ricadute avvengono per colpa del preparatore atletico. Nulla puoi fare per vaccinare l'atleta dalle ricadute e, tutto questo , non riesci ad evitarlo facendogli mari di approcci posturali. In campo, l'atleta, farà sempre quello che gli dice il preparatore. Il problema sta tutto lì e, contrariamente a quello che credono gli isefini, non sono loro in grado di fare "anche" il nostro lavoro ma, siamo noi in grado di fare "anche" il loro!
capitano
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13/11/07
secondo me per una buona impostazione del lavoro bisogna parlare e trattare di problemi muscolari,non tanto di lesioni,in quanto spesso non abbiamo esami strumentali alla mano.....detto questo la cosa più importante è vedere l'atleta il prima possibile per raccogliere una più corretta anamnesi dell'accaduto e farsi una prima idea sull'accaduto,quindi se può essere una contrattura,un'elongazione,stiramento,strappo.....poi abbiamo diverse strade...lo inviamo a uno specialista (spesso se ci troviamo di fronte a strappo o stiramento grave),gli consigliamo esami strumentali (l'ideale sarebbe nell'immediato rm,dopo 5 giorni eco)(strappi stiramenti o elongazioni che ci portano dei dubbi.....)...per il trattmento sono abbastanza daccordo con i colleghi,anche se è brutto dirlo ma spesso la passione di un'atleta ci può portare a ridurre drasticamente i tempi di recupero.....quello che posso dire in caso di lesione e non scendere mai al di sotto dei 21 giorni,tempo necessario al muscolo per essere riformato......questa è la mia esperienza,anche se penso da non tutti condivisa.....
nella vita non contano i respiri ma gli attimi che ti hanno tolto il respiro
angigian
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13/11/07
Complimenti per l’esposizione a l’interessante analisi del problema.
laconix mi ha appena preceduto con elementi che condivido.
in altre occasioni è stato detto che non è importante la metodica, ma il risultato che si ottiene.
In questo periodo sono affascinato ed entusiasta dei risultati che ottengo con la tecarterapia, ma purtroppo ho avuto solo 1 caso con lesione muscolare, anche se il risultati è stato interessante, in quanto vi è stato una notevole riduzione delle dimensioni della lesione, non credo possa essere attendibile.
Ritengo che il processo cicatriziale sia comune a tutti i muscoli anche se possono cambiare i tempi.
La natura ha sempre bisogno di tempi adeguati che talvolta possono essere leggermente ridotti dal nostro lavoro e dai mezzi a nostra disposizione.
Il problema delle lesioni recidivanti non deve essere ricercato solo ed esclusivamente nella riabilitazione, ma occorre eseguire anche una adeguata preparazione per consentire un rientro in condizioni ottimali.
Le società spesso spingono per un rientro veloce dell'’atleta, ma dopo uno stop di 20-30 giorni, non si può pensare che con 2-3 allenamenti sia in condizioni tali da sostenere un completo rientro.
Nel periodo di fermo il muscolo modifica il suo metabolismo e quindi anche l’adattamento allo sforzo, per cui se la rieducazione è eseguita in maniera perfetta, però se la preparazione non è adeguata (a livello non professionistico mai personalizzato) ed i tempi di recupero vengono ridotti, il fisico non ha tempo di adattarsi per cui tutte le risposte muscolari possono non essere adeguate allo sforzo richiersto , rischiando ulteriori ricadute (o forse lesioni diverse e magari più gravi?).
Quindi le cause, a mio avviso devono essere ricercate anche fuori dallo studio fisioterapico… quindi la colpa non è sempre nostra, ma anche di coloro che hanno fretta (atleti inclusi).
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